.

26 agosto 2010
Convocazione Unità di Crisi: diniego partecipazione
Di seguito la mia comunicazione inviata al Sindaco Avv. Marco Galdi, al Presidente del C.C. Avv. Antonio Barbuti, al Presidente IV Commissione Consiliare SVILUPPO, ATTIVITÀ PRODUTTIVE, INNOVAZIONE Dott. Pasquale Senatore.

OGGETTO: Convocazione Unità di Crisi per il giorno 30 agosto p.v. – Mie determinazioni

Sig. Sindaco, Sig. Presidente del Consiglio, Sig. Presidente IV Commissione Consiliare,
ho ricevuto formale convocazione per una riunione dell’Unità di Crisi sulla vicenda che riguarda la casa di cura Villa Alba per il giorno 30 agosto alle ore 17.00.
In relazione ad essa Vi comunico la mia determinazione di NON partecipare a detto incontro.
Già nella seduta del Consiglio Comunale u.s. del 3 agosto 2010 avevo sottolineato il carattere per me straordinario, legato ad una emergenza puntuale, di detta Unità di Crisi, e la mia indisponibilità a considerarla una struttura permanente che si occupi di tutte le problematiche del mondo del lavoro presenti nella nostra città.
La partecipazione ad una Unità di Crisi, argomentavo, comporta necessariamente una sorta di messa tra parentesi delle contrapposizioni “ordinarie” tra maggioranza ed opposizione per far quadrato al fine di affrontare insieme e di tentare di risolvere una emergenza. Il suo raggio di azione quindi è di per sé necessariamente circoscritto all’oggetto (quella emergenza, nel nostro caso il fallimento della Despar) ed al tempo strettamente necessario per fronteggiarla insieme. Estenderne il raggio d’azione nell’oggetto e nel tempo, comporta inevitabilmente una più generale sospensione della normale dialettica democratica tra maggioranza ed opposizione, nel nostro caso sui temi del lavoro, su cui invece molte e profonde sono le divergenze tra noi. E’ una prospettiva che non mi sento di sottoscrivere.
Oltretutto il rinvio a detta Unità di Crisi delle problematiche del lavoro in genere finisce per svuotare di funzioni la IV Commissione Consiliare permanente e per tenere fuori del dibattito democratico i gruppi non presenti nella detta Unità di Crisi.
Infine non mi risulta, avendo anche preso contatti con le organizzazioni sindacali locali e provinciali dei dipendenti del gruppo SILBA, di cui Villa Alba fa parte, che vi siano elementi nuovi di tale straordinarietà da richiedere la convocazione della Unità di Crisi già costituita sulla Despar. In ogni caso una eventuale nuova Unità di Crisi su Villa Alba andrebbe formalizzata – a mio avviso – in CC precisandone lo scopo ed il raggio di azione.
Per i motivi suddetti pertanto Le confermo la mia NON PARTECIPAZIONE all’incontro del 30 agosto p.v., mentre chiedo la convocazione della V Commissione Consiliare per discutere della problematica di Villa Alba.
Colgo l’occasione per rivolgere a Voi tutti distinti saluti
Luigi Gravagnuolo



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 26/8/2010 alle 18:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 agosto 2010
La fabbrica di Nichi: il desiderio peccaminoso
<<La fabbrica di Nichi>>, libro-intervista di Cosimo Rossi a Nichi Vendola. Letto.
Un forte fastidio per la prosa involuta, per il piacere percepibile a pelle per i neologismi e le frasi ad effetto, per quel compiacimento narcisistico di chi si piace tanto quando parla, insomma per lo stile da “Manifesto quotidiano” degli anni settanta, che a me pare insopportabile. Uno stile proprio di chi, già mentre ti guarda e ti parla, sembra dirti “guarda che io sono di un’altra categoria, mica parlo come te!”

Sentite questa. Stanno parlando della vittoria nelle primarie appena vinte, domanda di Cosimo Rossi (ancora più involuto dell’intervistato in più di un passaggio): “In che modo la libertà sessuata diventa fattore di successo?” Risposta: “Appunto, attraverso la sessuazione di un processo elettorale”. Sublime, quasi seccante.

E poi narrare e narrazioni in quantità industriali. Narrazioni di tutto, dei processi sociali, di quelli spirituali, delle contraddizioni della nostra storia, del programma elettorale. Narrare tutto, a cominciare da una certa nebulosità  sull’Italia che si vuole. Insomma, letto il libro che avevo approcciato con grandi speranze di trovarvi risposte buone per le prospettive della sinistra italiana, ne ho raccolto in prima istanza una certa delusione.

Eppure gli spunti non mancano. Quando il governatore della Puglia è chiamato a rispondere sulla sua concreta esperienza di governo (La poesia è nei fatti), ad esempio, apre squarci che – ad uno come me che ne ha fatta un’altra di recente, sia pure  in sol minore – appaiono comprensibili e soprattutto largamente condivisibili.

Ma veniamo alla politica. E cominciamo dall’accusa più volte rivolta a Vendola di populismo autoritario. Un rimprovero maledettamente e matematicamente che torna nel popolo di sinistra verso chi prova a governare per mandato di questo stesso popolo nel contesto attuale di disfacimento dei partiti. Dice Vendola: “Oggi reggere il peso di questa valanga di consensi [si riferisce alla vittoria alle primarie prima ed  elettorale poi] pone tutti noi di fronte a un problema. E cioè il fatto che, di fronte al populismo berlusconiano, bisogna essere in grado di riuscire a stare col nostro popolo; bisogna essere capaci di ricostruire una connessione, un alfabeto, un linguaggio che ci consenta di essere in sintonia col nostro popolo”. Un linguaggio che a Vendola è chiarissimo non possa essere quello degli attuali partiti della sinistra, da cui si smarca ripetutamente. “Io sono nel palazzo, non sono del palazzo” si ripete Vendola, riandando a San Paolo. Lui, eletto col sostegno di una miriade di liste di partito (ben tredici!) durante la sua prima esperienza di governo regionale della Puglia.

La domanda che segue è scontata: “Come hai tenuto insieme un’alleanza così articolata e composita?” Ecco il Vendola che mi piace: “Il mio compito, la mia ossessione sono stati sempre quelli di impedire che ciascuna posizione politica vivesse di posizionamenti simbolici. Qualunque tema discutessimo, io impedivo ai miei assessori di cavarsela collocando la loro bandierina. […] Ho detto loro che noi dobbiamo ragionare innanzitutto come pugliesi […]. Io ho detto ai miei alleati, riformisti, radicali e moderati che fossero, che non me ne frega niente delle loro opzioni ideologiche e nemmeno della mia. Io devo rispondere alla vita, alle ansie, alle speranze, ai problemi di 4 milioni e 68mila persone. E che ogni giorno questa, e solo questa, dev’essere la priorità”. Condivido Nichi, ci rivedo quel mio “Solo per Cava”, che pure non è stato altrettanto fortunato della tua narrazione.
Rossi  incalza: “Qual è stato il tasso di conflittualità con i partiti e per contro l’accusa da parte dei partiti a te di essere dirigista, dispotico ed anche populista e plebiscitario?” Vendola: “Soprattutto nella prima esperienza di governo tu provi a correre e i partiti ti inseguono. Perché hai sempre l’angoscia che i partiti vogliano costringerti a negoziare interessi microcorporativi, localistici o lobbistici. E allora ti rivolgi direttamente al popolo e cominci a correre […]”.

Molto efficace la rivendicazione dei concreti contenuti riformatori della società pugliese, dal’energia all’innovazione tecnologica, al lavoro. Alla stessa sanità tanto chiacchierata, su cui il governatore non si difende, ma contrattacca, rivendica, evidenzia i risultati e la sua estraneità alle trame di chi intendeva bloccarne l’azione riformatrice tendendogli sistematiche trappole.
Lascio perdere le lunghe digressioni tra il personale ed il politico, come si diceva una volta, che tutto sommato per quanto mi riguarda lasciano il tempo che trovano; anche se a me è restata impressa la narrazione – questa sì narrazione vera – della spedizione a Sarajevo nel pieno della guerra con don Tonino Bello. E con un imprevedibile Mimmo Pinto, che salva il futuro governatore della Puglia (solo della Puglia? mbè, finora …) da una coltellata non messa nel conto, usando le saggissime arti partenopee (La vita barattata con una stecca di Marlboro).

Veniamo alle conclusioni, che sono poi il punto di partenza riletto in chiave di prospettiva futura. I partiti? “Sono crepati. I partiti sono da lungo tempo contenitori che non omogeneizzano culturalmente e socialmente porzioni di paese, non costruiscono un’idea allargata di comunità nazionale. I partiti sono contenitori di clan, sottogruppi, enclave, lobby. Nei partiti così come sono si adagiano le corporazioni, i campanili, le piccole patrie […]. Siamo nell’Italia della mucillagine. E, soprattutto quando governi, ricostruire nella politica il profilo dell’interesse generale e del bene comune è l’opera più complicata. Per questo l’appello al popolo, fatto mettendo al centro beni comuni e interesse collettivo, non è populismo. Il populismo è quando fai credere ai più poveri tra gli italiani che i loro nemici principali sono i più poveri tra gli stranieri. Il populismo è parlare alle viscere, al basso ventre e aderire elasticamente all’Italia delle paure e dei rancori. Ma contro il populismo [ il riferimento è alla Lega ed a Berlusconi, com’è chiaro] non bisogna chiudersi nei salotti o nel palazzo: bisogna evocare un’altra idea di popolo”.

Ebbene, se questo è il tuo giudizio sui partiti, Nichi, come mai ti sei ripresentato ancora nel 2010 con l’appoggio dei partiti e ti proponi di rifarlo per il governo del Paese, primarie nazionali permettendo? “D’accordo. Però c’è un fatto […] quando l’orientamento programmatico netto è il cambiamento radicale degli assetti di potere, dentro queste coordinate poi puoi essere anche capace di disinvoltura tattica, molto flessibile, fare le alleanze che vuoi. Io non contesto la politica delle alleanze. Ma quando le fai senza un orizzonte chiaro allora sei prigioniero dell’alleanzismo compromissorio. Questo è il mio punto di differenza con tanti “realpolitici” italiani”.
Credo di aver ricostruito in sintesi quanto mi ha detto la lettura della Fabbrica di Nichi, la sua proposta politica ed il suo profilo di straordinario affabulatore.

Vendola è pienamente consapevole della drammatica crisi delle “sinistre schiantate”, sa che i loro partiti sono più un ostacolo che un vantaggio per il governo del Paese, sa che gli stesi punti di riferimento culturali della sinistra non reggono alla prova del governo reale, ma … ma non fa l’errore di affondare fino in fondo il coltello della consequenzialità, non persegue il razionalismo minoritario della adaequatio intellectus ac rei, continua a parlare il linguaggio della sinistra, della sinistra radicale, che lui sa non essere più adeguato per “narrare il paese”, ma che gli è indispensabile per non perdere il contatto col suo popolo. Ed allora lo sfuma, lo rende evocativo, suggestione nebulosa, spesso irritante, ma che ciononostante non urta la sensibilità di questa parte smarrita del Paese, la sua storia e la storia di ognuno di noi che è stato, si è sentito e si sente tuttora di sinistra.

I partiti sono un freno, un ostacolo? Bene, lo sappiamo, ma andiamo avanti con essi, sia pure facendoli saltare dall’interno con le primarie, tramite le quali, proprio dentro di essi, si legittima la loro stessa negazione, e si afferma quello che è il bisogno reale del popolo della sinistra. Un bisogno inconfessabile e soprattutto inconfessato, quasi esorcizzato. Un desiderio che allo stesso popolo della sinistra radicale e non solo, direi più in generale alla politica del secolo scorso, appare peccaminoso: il deisderio/bisogno di un leader. Un leader vero, sintesi e mezzo vivente di comunicazione del progetto, del programma della visione del Paese che si intende proporre.

E chi può meglio “narrare” alla sinistra italiana questo bisogno collettivo di consumare il peccato del desiderio di una leadership, della trasgressione radicale rispetto a se stessi, chi può meglio trovare le corde giuste per convincere questo popolo a consumare il proprio peccaminoso desiderio se non Nichi Vendola, lui che pratica ogni giorno il peccato della propria trasgressione omosessuale, lo rivendica e grida al popolo la sua coerenza con la fede in Cristo?



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 26/8/2010 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 agosto 2010
Le promesse da marinaio di Marco Galdi
Pubblico per la prima volta sul mio sito personale un pezzo non mio, perche' per la prima volta da quando e' stata introdotta la Rassegna Stampa on line del Comune e' stato censurato un articolo pubblicato su un quotidiano nella pagina di Cava. Propongo a tutti i democratici, nel senso di quelli che credono che la liberta' di espressione del proprio pensiero da parte di tutti (a cominciare dai propri avversari) sia sacra, a condividerlo ed a farlo girare sul web in segno di protesta.


Le promesse da marinaio di Marco Galdi  
di Francesco Avagliano

In alto mare, la forza delle burrasche è tale che molte volte i marinai, in quelle circostanze, sono pronti a fare voti e promesse di penitenze pur di garantirsi la via del ritorno (sani e salvi). Una volta a terra, dimenticano i momenti difficili e, di conseguenza, i buoni propositi. Ecco perché si usa l’espressione "promesse da marinaio" per indicare una promessa non mantenuta. In fondo in fondo, ognuno di noi... è un po’ "marinaio"!

“Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli”.
"Questo antico proverbio indiano condensa efficacemente il nostro forte senso di responsabilità nei confronti dell’amministrazione della cosa pubblica. Ad esso ci rifacciamo, giorno dopo giorno, rispondendo ad un profondo senso del dovere che ci porta a voler dare soluzioni certe, concrete, per risolvere i problemi del presente e garantire un futuro migliore alle nuove generazioni."
Così’ si esprime Marco Galdi nel suo programma elettorale e lo stesso Marco Galdi cita a più riprese il proverbio indiano di cui sopra per “criticare la volontà di Gravagnuolo di vendere i tanti immobili di proprietà comunale, tra cui strutture dal notevole pregio architettonico ed artistico, vada nella direzione opposta rispetto a quanto, con molta saggezza, è condensato nel proverbio indiano al quale si faceva riferimento all’inizio. L’alienazione del patrimonio comunale, pur se per finalità meritevoli, significa comunque depauperare le future generazioni. “

Ebbene è del tutto evidente che lo stesso Marco Galdi non tiene nella dovuta considerazione il suo tanto caro proverbio indiano da lui adoperato in campagna elettorale.

La tanto ormai pubblicizzata delibera di indirizzo con cui l’amministrazione comunale prende in considerazione l’ipotesi di vendere i sanpietrini presenti a Cava per poi sostituirli con il manto di asfalto non significa forse anche questo andare nella direzione opposta a quanto dice il proverbio indiano e depauperare le future generazioni?
Certamente crediamo proprio che sia così e che da tutto ciò da questa bislacca idea, del sindaco Galdi o di qualche suo cattivo consigliore, Cava non ne esca arricchita ma certamente sempre più povera.
Rispetto a tale ipotesi infatti sono insorti praticamente tutti i cavesi al solo pensiero che un pezzo importante e caratterizzante della nostra storia possa esserci portato via proprio da chi da buon pater familias dovrebbe adoperarsi per preservare il nostro patrimonio storico culturale e urbanistico e non essere il primo fautore dell’impoverimento dello stesso.
E che l’idea possa poi essere partorita da un uomo di cultura come Galdi, professore universitario, nella sua qualità di sindaco della nostra comunità, è un qualcosa che mi fa rabbrividire.
Mi sembra che in questa occasione sia stato fatto un ragionamento meramente commerciale, quasi ragioneristico, senza invece approcciarsi al tema con uno spirito più lungimirante perché nell’accezione più ampia del termine parlare di Cava come della città delle diversità significa anche questo e non rinchiudersi invece in una visione miope e troppo commerciale.
Una volta adottata questa delibera di intenti infatti quale differenza avrebbe la nostra amata Cava rispetto ai centri viciniori dell’agronocerino ?
Speriamo allora che il tanto annunciato vento di cambiamento arrivi a settembre e porti via anche questa bislacca idea del Sindaco Galdi.



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 25/8/2010 alle 19:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 agosto 2010
Addio a Cossiga
 Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei messo a scrivere di questioni “nazionali”, molto più grandi di me. A chi potrebbe interessare il mio parere su temi così distanti? Mi sono sempre detto quando mi è saltata in mente qualcosa del genere, ed ho lasciato perdere.

Poi ho buttato giù un post su Facebook la sera della morte di Francesco Cossiga ed ho visto che si è innescata una discussione alquanto vivace. Ho fatto una passeggiata per il web e mi sono accorto che tanti semplici cittadini come me hanno avvertito la voglia di dire qualcosa riguardo al “Presidente emerito”.
Mi sono quindi fatto coraggio e, pur nella mia conclamata ignoranza della verità su tanti snodi della nostra storia recente, ho deciso di dare ordine alle mie riflessioni su Francesco Cossiga ed a scriverle.

Con una premessa, che so spiace a parecchi miei compagni: da tempo non sopporto più, prima di valutare una cosa detta da un altro, di chiedermi se questi sia di sinistra o di destra, per farne discendere una predisposizione positiva nel primo caso o un pregiudizio negativo nel secondo. Sto cercando da tempo di giudicare le parole, le cose e le azioni per quello che sono, non per chi le dice, le illustra o le fa. Anche perché ho preso tante briscole da gente che si autodefiniva e si autodefinisce di sinistra, che se non ci fossi arrivato da me, la mitologia della sinistra buona e della destra cattiva me la avrebbero tolta dalla testa queste esperienze. Il fatto quindi che Cossiga abbia combattuto la sinistra non è per me pregiudizio negativo della sua persona; così come non lo sarebbe stato in positivo se fosse stato dalla mia parte nei decenni scorsi. Veniamo a noi.

E’ del tutto evidente che la sua personalità non ha lasciato indifferenti gli Italiani, che si sono sentiti coinvolti in prima persona  dalla sua scomparsa. Perché? Un po’ credo per la straordinaria capacità che ha la TV di renderci familiari tanti personaggi, portandoceli a casa, mettendoceli a tavola, nei nostri salotti. E rispetto ai tanti che la TV ci presenta e propone, Cossiga senz’altro ha “bucato” il video, è entrato con una dimensione quasi in 3D nel nostro sistema di relazioni, scatenando con la sua prorompente personalità in noi sentimenti contrastanti, ma non indifferenza.

A proposito della sua personalità, confesso la mia umana simpatia per lui, cosa che sicuramente avrà influito sui miei giudizi sulla sua figura storica e politica, che darò di qui a qualche rigo. Confesso che a me queste figure umorali, un po’ sopra le righe, forse ai limiti della bizzarria, ma schiette, a prima vista leali e dirette, ed anche così evidentemente deboli emotivamente (tutti sappiamo che Cossiga fu affetto da ricorrenti crisi depressive bi-polari), piacciono più di quelle dei dottor sottile che parlano per metafore, pesano ogni parola col bilancino dell’astuzia o della riflessione sofferta sui problemi globali del pianeta. Specie in politica.  Questo ovviamente non vuole dire granché: se a procurarmi danni è un tipo umanamente a me simpatico, non mi consolerà più di tanto del fatto che intanto stia lì a darmele.

Ma - comincio a venire al punto - Cossiga a me in quanto italiano ha provocato con la sua azione politica più danni o più vantaggi? Con tutte le sue iniziative controverse, con i suoi errori e nonostante l’asprezza con la quale ha condotto la sua lotta contro la sinistra, e quindi anche contro di me, io sostengo che Cossiga abbia lavorato onestamente e lealmente per il bene dell’Italia.
La chiave di lettura della sua azione politica, a mio avviso, sta nella sua collocazione nel contesto della guerra fredda, che ha visto contrapposti per circa quaranta anni l’Occidente allineato alle posizioni degli U.S.A. e l’Est Europeo filosovietico. Una guerra che ha visto l’Italia come uno dei suoi principali teatri e che per grazia di Dio è restata fredda, pur se in più di una occasione ha rischiato di tramutarsi in guerra civile tout court. Fredda certo, ma una guerra che comunque è stata sempre sul filo della minaccia di questo possibile sbocco.
Cossiga nella guerra fredda si è collocato con un fervore ai limiti del fanatismo dalla parte dell’Occidente e, fino alla caduta del Muro di Berlino, ha fatto discendere ogni sua iniziativa da questa collocazione.

Come tutti sappiamo, la sinistra italiana, egemonizzata dal più grande partito comunista dell’Occidente, il P.C.I., ha ruotato invece fino alla metà degli anni settanta nell’orbita dello stalinismo filosovietico, per poi gradualmente andare emancipandosi da quell’ambito dal Berlinguer del compromesso storico in poi, non senza contrasti e resistenze interni molto forti. Con un momento di demarcazione preciso, puntuale: la scelta della linea della fermezza durante il rapimento ed esecuzione di Aldo Moro. Fu lì -  a mio avviso – che il P.C.I. di Berlinguer ruppe le ultime ambiguità rispetto alla sua collocazione internazionale e scelse l’Occidente, la democrazia ed il suo Stato, in modo netto, irreversibile.

Bene, se così è stato, chi stava nel giusto in quella “guerra”? Da una parte c’era lo stalinismo, di cui rubo una magnifica definizione al caro mio amico e compagno Enzo De Tommasi, “noi abbiamo chiamato e chiamiamo comunismo ciò che in realtà era una dittatura partitocratica parafascista”; dall’altra l’Occidente, con le sue ingiustizie sociali, con le sue enormi contraddizioni (contro le quali ci siamo battuti in molti di noi senza alcuna incertezza), ma in cui vigeva e vige la democrazia. Una democrazia a volte debole, a volte raggirata, a volte insidiata, ma una democrazia. Ecco, io non ho alcuna esitazione a dire che in quel contesto Cossiga stava dalla parte giusta e Cossutta (tanto per  fare un nome che significa però una intera generazione di comunisti) dalla parte sbagliata.

Anche la vicenda delle B.R. (io ero tra quelli che allora chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”) sta dentro quella guerra. Non credo ci sia più alcuno in Italia che pensi ancora che le B.R. siano state “solo” espressione di una radicalizzazione spontanea di frange del movimento del sessantotto. Tutti sanno che esse furono ampliamente infiltrate e spesso guidate dal KGB e dai servizi bulgari e cecoslovacchi. La loro azione, che godeva anche di sinergie internazionali diverse, a cominciare dai legami con ambienti del radicalismo arabo e palestinese, mirava effettivamente al cuore dello Stato (come esse stesse proclamavano) ed alla destabilizzazione del nostro Paese.

E in quel contesto non mancavano spinte eversive di destra e di estrema destra, volte ad assecondare la destabilizzazione del Paese; spinte in cui agivano in modo spregiudicato pezzi dello Stato legati ai settori più reazionari degli U.S.A., quelli che guardavano con interesse ad una situazione di anarchia generale che potesse favorire mire golpiste di tipo cileno o al meglio alla tedesca di Adenauer (messa fuori legge del Partito Comunista).
Anche la mafia e la criminalità organizzata notoriamente non stettero a guardare e tentarono di agire per rendere più acuta la crisi dello Stato al fine di  poter estendere più agevolmente il loro raggio d’azione.

Furono anni difficili.

Cossiga affrontò quella situazione, interpretandola alla luce della guerra fredda, con estrema determinazione e non senza laceranti conflitti interiori, come quando decise di “condannare a morte” Aldo Moro adottando la linea della fermezza in occasione del suo rapimento. Vide nelle B.R. una colonna dell’esercito che stava combattendo la guerra fredda contro l’Occidente e si comportò di conseguenza. E’ esattamente quanto gli è stato riconosciuto, proprio in occasione della sua scomparsa, da brigatisti  protagonisti di primo piano della vicenda Moro come Prospero Gallinari e Valerio Morucci: “Cossiga fu l’unico che capì che stavamo in guerra e ci riconobbe lo status di soldati di un esercito nemico”.

Io abbandonai la sinistra extraparlamentare proprio in occasione dell’omicidio di Aldo Moro e mi iscrissi al P.C.I., per poter continuare a battermi per la giustizia sociale e per la difesa di una democrazia che avvertivo sempre più fragile. Vidi cioè nel P.C.I. insieme un baluardo contro le aggressioni alla nostra democrazia, che venivano da molte parti, ed uno strumento per difendere ed approfondire le conquiste sociali del decennio precedente.
Non mi sfuggì che in quello snodo Berlinguer, Pertini e Cossiga furono dalla stessa parte. Da quella giusta, a mio avviso.

Cossiga  cambiò radicalmente il suo modo di stare sulla scena politica con la caduta del muro di Berlino, nell’ottantanove. Incomincia allora ad esternare in modo sempre più dissonante contro la politica del trentennio precedente, che pure lo aveva eletto alla Presidenza della Repubblica; a lanciare allarmi, ad avvertire che il mondo era cambiato, che bisognava ripensare tutto. Ebbe in quegli anni, quelli della fine della cosiddetta Prima Repubblica e di tangentopoli, posizioni che sono apparse a molti incomprensibilmente contraddittorie. Un giorno denunciava i misfatti di quella stagione, il successivo ne esaltava i valori; un giorno puntava l’indice sulla corruzione della vecchia politica e dei suoi protagonisti, il giorno successivo pareva attaccare frontalmente i magistrati che la contrastavano.

Anche queste contraddizioni che lo hanno fatto apparire quasi come un dissociato agli occhi dei politici di mestiere – a mio avviso – vanno lette alla luce di quanto argomentavo prima. Per i suoi primi quaranta anni in Italia si era svolta una guerra sotterranea, ma vera, ed in una guerra valgono codici etici e finanche giuridici inaccettabili in tempo di pace. In guerra sono giustificate azioni che in tempo di pace sono semplicemente criminali e lui non ne fu esente. Caduto il muro, era però scoppiata la pace. E come dopo la fine di ogni guerra che si rispetti, viene il tempo dell’amnistia.

La sua opinione negli anni novanta fu – ne sono certo – quella per la quale in Italia fosse necessario procedere ad una amnistia generalizzata sugli anni della Prima Repubblica. Verso tutti, terroristi rossi e neri e corpi deviati dello Stato, corrotti e censori improvvisati della corruzione; mettere una pietra sopra la vicenda della guerra fredda e ricominciare daccapo, dalle fondamenta nuove di un nuovo patto nazionale e costituzionale. Sì, un nuovo patto nazionale che mettesse mano anche alla Costituzione Repubblica. Quella del ’48 a lui era sempre apparsa più come un trattato di pace preventivo per evitare la guerra civile, che come una costituzione formale utile anche per tempi di pace. Va letta in questa ottica, credo, la sua partecipazione ed adesione convinta allo sforzo di riscrittura della Costituzione formale operato dalla Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nella seconda metà degli anni ‘90.
Questa in sintesi credo sia stata la sua posizione dall’ottantanove in poi.

In questa sua velleità (lui stesso l’ha definita di recente tale) di rifondazione del paese fu sicuramente un ingenuo, spesso apparve come un millantatore di legami e contatti segreti con poteri forse inesistenti, un guascone che mostrava muscoli che non aveva coprendoli con l’aggressività verbale. E certamente la sua età e la sua malattia ci misero del loro, ma di una cosa in cuor mio sono certo: quando prima di lasciarci, nelle sue ultime lettere alle quattro massime cariche dello Stato, ha scritto di sentirsi orgoglioso di aver sempre servito lealmente la Repubblica sentiva onestamente di dire il vero. Ed a mio avviso era vero.



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 20/8/2010 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

16 agosto 2010
Bancarelle alla Madonna dell’Olmo
 Torna tra due settimane la Festa Patronale di Cava de’ Tirreni. Sottolineo: “la” Festa Patronale. Certo Cava ha anche un Santo Patrono, Sant’Adiutore,  le cui celebrazioni ricorrono a maggio e culminano con la Festa di Castello ad inizio giugno, ma non c’è alcun dubbio che nell’animo dei Cavesi la festa patronale per eccellenza, quella più sentita come tale, sia la Festa della Madonna. E comunque sia, al di là delle due ricorrenze, ogni altra festa popolare, quand’anche organizzata con grande sfarzo ed altrettanto grandi sforzi, quand’anche partecipata, non assurge alla dignità di Festa Patronale.
Mi compiaccio perciò che anche quest’anno, pur nelle consuete difficoltà e ristrettezze, i Padri Filippini propongano un carnet di iniziative civili e di occasioni di preghiera di tutto rispetto. Sul primo terreno spicca il concerto di sabato 11 sera di Angelo Branduardi, il più spirituale forse dei cantanti pop italiani viventi. Mentre dal Programma Religioso, a fianco dei quotidiani Pontificali, estrapolo e sottolineo la proposta di riflessione sulla Caritas in Veritate, con la partecipazione di intellettuali cattolici di prim’ordine,  in stato di laicato o prelati.

Non mancheranno le consuete diatribe, prima tra tutte quella “classica” sulle bancarelle sotto i portici. Dico la mia al riguardo.
Da quando sono nato la Festa della Madonna è stata anche una festa commerciale e dell’ambulantato in particolare. Addirittura i miei oggi purtroppo non più giovani occhi fecero a tempo a vedere le ultime fiere con la vendita di animali in piazza San Francesco in occasione della Festa Patronale. Ma sono le bancarelle in particolare che hanno sempre caratterizzato la festa. Non sono perciò affatto contrario alla loro presenza, a conferma di una consolidata tradizione, anche se bisogna dire che il mondo è cambiato anche per loro.

Le ultime edizioni della Festa mi hanno visto particolarmente impegnato a dirimere  controversie tra Italiani ed Extracomunitari insieme a quelle più tradizionali tra Cavesi e non, oltre a dover reggere ben fermo il timone sul rispetto delle regole da parte di tutti. A questo fine avevo cercato, anno dopo anno, di anticipare il più possibile i tempi dell’organizzazione civica della festa, a partire dalla scadenza di consegna delle domande per la concessione degli stalli da parte degli ambulanti, in modo da far trovare la città ordinata, preparata, difesa dai piccoli e grandi gesti di prepotenza che si verificano sempre quando la Pubblica Amministrazione si fa debole o deve inseguire le evenienze per difetto di programmazione. Quest’anno peraltro ci sarebbe stata una chance in più, in quanto per la prima volta la città avrebbe potuto disporre – ed ancora lo potrebbe – di una superficie nuova come quella della copertura del trincerone, non ancora arredata, ma già impiegabile se solo si facesse uno sforzo organizzativo importante, quindi potenzialmente in grado di ospitare le bancarelle liberando il centro porticato. Una soluzione certo non definitiva, ma quanto meno praticabile per l’oggi. Così come per l’area di sedime dell’ex deposito del CSTP in piazza Amabile. Insomma, mai come quest’anno il problema è risolvibile conciliando la tradizione, le esigenze commerciali degli ambulanti, quelle dei negozianti a posto fisso e quelle del decoro urbano. Spero che la nuova Amministrazione, che dispone di un assessore al ramo paziente ed operativo come l’arch. Carmine Salsano, voglia garantire questi equilibri durante i giorni della ormai imminente Festa.

Più spinosa è una vertenza recente, quella delle commesse dei negozi fissi, che chiedono da anni di poter partecipare ai riti religiosi e di disporre di un giorno di distacco dal lavoro, come avviene per la verità per la stragrande maggioranza dei Comuni durante le rispettive Feste Patronali.
D’altra parte l’Otto di settembre a Cava già gli uffici pubblici e molte fabbriche sono chiusi, la richiesta delle commesse non mi pare perciò affatto peregrina. Essa tuttavia va in conflitto con le esigenze dei commercianti, i quali, proprio in virtù della tradizione “commerciale” della Festa, sanno che quelli sono giorni importanti per i loro affari. Ed in tempi di crisi l’argomento non va sottovalutato. Oltretutto, obiettano i negozianti a posto fisso, che senso avrebbe ordinare la chiusura dei negozi mentre le bancarelle continuano a vendere? E come si fa a dire alle bancarelle di restare chiuse, se loro pagano la TOSAP e fanno acquisto di merci contando di poter vendere durante tutto l’arco di tempo della Festa? Si tratta insomma di mediare diversi interessi, tutti comprensibili, forse conflittuali, ma non inconciliabili.

Io, con l’ottima collaborazione della Giunta e dei dirigenti e funzionari del Comune,  negli scorsi anni stavo progressivamente tentando di introdurre il criterio della chiusura dei negozi, quanto meno per mezza giornata, quella dell’Otto Settembre, garantendone il rispetto sia da parte dei negozianti che degli ambulanti. Lo facevo innanzitutto per onorare fino in fondo la Festa e quindi per permettere a tutti i Cavesi, comprese le commesse, di partecipare ai principali riti religiosi godendo di qualche ora di ferie.
Ma quanta fatica e quante liti mi costò questa scelta. Né dimentico l’atteggiamento provocatorio di alcuni (pochissimi in verità) negozi che, nel pomeriggio della chiusura, coincidente con quello della Processione, restarono in senso di sfida aperti pur essendo i loro titolari membri attivi delle associazioni di categoria firmatarie degli accordi.

Mi permetto, in chiusura, di insistere per la chiusura di tutte le attività, pubbliche e private, quanto meno per mezza giornata, quella dell’otto. Tra le tante feste che si susseguono ogni anno a Cava, alcune di recentissima istituzione,  mi pare doveroso che la Civica Amministrazione dica solennemente: guardiamo con simpatia a tutte le feste ed a tutti i comitati promotori, ma “la” Festa Patronale è quella della Madonna dell’Olmo ed i Cavesi, come avviene nelle altre città, la onorano “ufficialmente” tenendo chiuse tutte le attività per lo meno per qualche ora.



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 16/8/2010 alle 20:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 agosto 2010
Il servizio civile non è un lavoro
 In una città come Cava de’ Tirreni dove il crollo della Despar, la crisi di Villa Alba, l’elevato livello di disoccupazione specialmente giovanile, rispecchiano appieno le problematiche di un’economia nazionale in ginocchio, parlare di lavoro e di opportunità occupazionali diventa difficile se non si vuole, in un modo o nell’altro, illudere i cittadini.
E ciò che sta accadendo sulla stampa locale da parte del Sindaco, vice Sindaco, Consiglieri Regionali e comunali, con doverose puntualizzazioni  impegnati ad esprimere soddisfazione per l’approvazione di due dei sei progetti di servizio civile che, come ogni anno, la nostra amministrazione aveva progettato e deciso di mettere in campo.
Riporto i titoli dei giornali: “Tutor e Ambiente pronti 32 posti”“La Regione finanzia due progetti che daranno lavoro per un anno” (La Città, 8 agosto 2010), “Servizio Civile, il Comune assume 32 giovani” (il Salernitano, 8 agosto 2010).

Ma cosa è il Servizio Civile? Di certo non si tratta di uno strumento di “sostegno sociale” o di una occasione utile per ammortizzare i postumi di una crisi economica”, come ha erroneamente dichiarato il vice Sindaco.
Il Servizio Civile, istituito con la legge n. 64 del 6 marzo 2001, è una prestazione volontaria, messa a disposizione della nostra società da giovani che scelgono di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico.
Il lavoro è altra cosa, è l’esercizio di un mestiere o di una professione che ha come scopo la soddisfazione di bisogni individuali attraverso il compenso (lo stipendio) che deve essere commisurato al tempo e al tipo di prestazione svolta.
Nel caso del Servizio Civile si tratta, invece, di una esperienza volontaria fortemente qualificante per il bagaglio delle conoscenze acquisibili che i giovani potranno spendere nel corso della propria vita lavorativa, che è però altra cosa.

Confondere un servizio volontario con una prestazione di lavoro è un fatto grave che pone i nostri giovani in una situazione di debolezza psicologica. E’ possibile immaginare che un giovane che lavora 5 giorni alla settimana per 6 ore al giorno, per un anno, facendo attività di avvistamento incendi, protezione civile, affiancando anziani e diversamente abili nello svolgimento delle più banali azioni quotidiane, debba pensare che sta svolgendo un “lavoro” che gli renda meno di 400 euro al mese pari a 0,28 centesimi per ora?
Siamo seri sulle problematiche di interesse sociale. Diamo le informazioni giuste.

Come ho detto prima, nel corso dei tre anni e mezzo di sindacato la mia Amministrazione ha puntato molto sul Servizio Civile, come opportunità di crescita personale offerta ai nostri giovani. Ci siamo impegnati proponendo alla Regione Campania almeno sei progetti l’anno e ogni anno ne abbiamo avuto approvato almeno uno. Almeno 20 giovani ogni anno hanno svolto il Servizio Civile a Cava. Sono stati 68 nel 2008: in quell’anno ci furono approvati 5 progetti su 6. Quello sì che fu un successo!
Ed ogni anno, da Sindaco, la direttiva che ho trasmesso alla Commissione chiamata a selezionare i giovani da impiegare è stata solo una: “Scegliete giovani motivati che  conoscano il valore ed il senso civico del servizio, che non abbiamo come unica motivazione l’incasso del rimborso spese”.
E’ evidente, infatti, che chi confonde il Servizio Civile con un lavoro, dopo un mese o due di intense attività, di impegno concreto in campi difficili come la protezione civile, la salvaguardia dell’ambiente, l’assistenza alle fasce deboli, la tutela del patrimonio artistico, si trova in una situazione di grande frustrazione in quanto non riscontra equilibrio tra quello che dà  alla comunità in termini di tempo ed impegno e la retribuzione economica.

Raccomando, quindi, l’attuale Amministrazione di essere chiara con i nostri giovani, verso i quali abbiamo il dovere di essere onesti e di promuovere occasioni concrete di crescita professionale in grado di facilitare il loro ingresso nel mondo del lavoro. Qui mi trovo d’accordo con il Vice Sindaco: sì alla formazione professionale e all’alta specializzazione.
E non facciamo credere ai Cavesi che 32 giovani il prossimo ottobre saranno assunti al comune per un anno. Proprio loro non meritano di essere ingannati!
Ai 32 giovani che saranno impegnati va tutto il mio apprezzamento per la scelta che si accingono a fare: impegnarsi, a tempo pieno, in attività di grande valore sociale, consapevoli che il guadagno che ne trarranno sarà molto di più di quei 400 euro mensili: l’acquisizione di competenze specifiche, la soddisfazione di darsi a chi ha più bisogno, l’amore per il prossimo e la difesa del territorio.  

Non un lavoro, ma di certo una irripetibile esperienza!



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 11/8/2010 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

10 agosto 2010
Ancora sulla Cavese
  
Dal punto di vista politico mi trovo in una condizione invidiabile. Avendo infatti deciso di non chiedere più per il resto della mia vita il voto a nessuno, mi trovo libero da ogni preoccupazione “elettoralistica”. Non devo lisciare il pelo a nessuno e posso dire a voce alta quella che a me pare la verità.
Sulla Cavese ad esempio, le cose non mi tornano. Non vorrei che Cava città avesse a breve a dover pagare costi pesanti per le leggerezze di questi giorni.

Perché un gruppo cospicuo e solido di imprenditori cavesi, che pure aveva contribuito da subito ed in maniera significativa alla raccolta fondi per salvare la Società, ha poi deciso di consegnare le sue sottoscrizioni nelle mani del Sindaco come contribuzioni liberali, rifiutandosi di trasformarle in quote societarie? E cosa c’è dietro il balletto delle cariche dirigenziali e della divisione delle quote societarie dei giorni scorsi?
Certi personaggi arrivati a Cava come “salvatori della patria”, la loro storia personale e sportiva, non sono  affatto rassicuranti. Sono poi di queste ore ulteriori informazioni su nuovi ingressi nella compagine sociale della nuova Cavese.

Dai giornali di oggi si apprende che il 20% lo avrebbe preso l’ex patron del Benevento, Giuseppe Spatola. Chi  è costui? Giuseppe Spatola è l’ex Presidente del Benevento Calcio dichiarato fallito nel 2005. Tratto agli arresti l’11 ottobre 2007 con l’accusa di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, truffa ai danni della FIGC e del CONI, malversazioni di somme in danno di Enti Pubblici, nonché per reati minori di falso e di natura fiscale. Il benefattore dovrebbe peraltro essere tuttora  inibito in Lega, quindi il suo 20% dovrebbe essere assunto in capo ad un prestanome. 
E chi, caldeggiando l’arrivo di Spatola,  sta tentando di portare  a Cava questa bella umanità di nomadi del calcio specialisti in fallimenti? L’“assessore-manager” Carmine Adinolfi, a sua volta “scappato” pochi mesi fa da Agropoli, dove ha portato al disastro quella società. InfoAgropoli del 15 aprile scorso ci informava del suo ultimo atto come Presidente dell’U.S. Agropoli: “Il tanto pubblicizzato programma triennale annunciato nel corso dell'anno dall'ex presidente Carmine Adinolfi è fallito. I primi sentori vi erano stati già nel periodo natalizio quando non poche difficoltà ci furono a pagare gli stipendi ai calciatori e allo staff. La scorsa settimana poi, il presidente Adinolfi ha rassegnato le dimissioni lasciando naufragare del tutto la società e soprattutto lo squadra”.

Ora mi chiedo: cosa spinge questi signori ad insistere nel prendere nelle mani società calcistiche in crisi ed a portarle a nuovi repentini fallimenti? Può essere solo una vocazione da crocerossine del calcio o un irrefrenabile desiderio di cimentarsi con imprese non alla loro portata? O non ci sarà qualche motivazione un po’ più prosaica?
Questi dubbi si rafforzano ulteriormente man mano che si viene a sapere che c’erano imprenditori cavesi, pronti a farsi carico dell’azzeramento dei debiti pregressi attraverso una ricapitalizzazione di almeno duecentomila euro nonché delle spese di gestione per il corrente campionato. Pare che i nuovi padroni della Cavese ed i rappresentanti della città non abbiano gradito. Perché?

Sulla scorta di queste riflessioni, in Consiglio Comunale, lo scorso 5 di agosto ho raccomandato al Sindaco ed all’Amministrazione di non lasciarsi tirare dentro la gestione della nuova società, di non coinvolgere l’istituzione in questa avventura. Naturalmente non sono stato ascoltato. Spero solo per arrogante faziosità.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cavese Carmine Adinolfi

permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 10/8/2010 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

10 agosto 2010
La verità sulla manutenzione stradale a Cava de’Tirreni
 
Quando fui eletto Sindaco, nel giugno del 2006, Cava de’ Tirreni aveva ottanta Km di rete stradale, dei suoi centocinquanta complessivi, dissestati ed un bilancio comunale che aveva sforato il Patto di Stabilità.

Qualcuno ricorderà che dovemmo prima mettere il nostro bilancio al riparo dalle sanzioni per aver sforato il Patto e che poi la mia Amministrazione accese un mutuo di circa quattro milioni di euro finalizzato al recupero della rete viaria cittadina.
Con quattro milioni era preventivabile sistemare circa venti km di rete. In tre anni e mezzo ne abbiamo sistemato circa trenta, lasciando ancora fondi disponibili e lavori già avviati.

Per evitare sperequazioni dividemmo la città in quattro quadranti, distribuendo equamente la somma, in modo che ogni parte del territorio fosse interessata dai lavori.
Questo il consuntivo dei lavori da noi realizzati per quanto attiene la manutenzione stradale:
  • Circa 30 km di strade comunali sistemati;
  • 84.131,88 mq di superficie viaria rifatti con manti di asfalto o basoli;
  • 3.587,05 mq di superficie di marciapiedi sistemati;
  • Per i tratti stradali sistemati abbiamo rifatto le fogne ed interrato i cavi elettrici;
  • Abbiamo realizzato 3.150,00 ml di nuova rete del gas;
  • Abbiamo illuminato 3km di strade che prima erano del tutto privi di punti luce ed installato 3.139 nuovi apparecchi illuminanti;
  • Abbiamo revisionato 895 apparecchi illuminanti e sostituito 222 pali in legno con pali in acciaio;
  • I nuovi flussi luminosi hanno consentito un maggior lumen del 65% rispetto ai precedenti e comportato un risparmio del 25% sulla bolletta energetica del Comune.
Sono ovviamente in grado di fornire gli elenchi puntuali di tutti gli interventi realizzati e di quelli in corso quando ho lasciato il Comune, al Centro e Frazione per Frazione.
Ovviamente restano ancora da sistemare circa 50 km di rete stradale, per i quali occorrono ancora circa otto milioni di euro, ampiamente alla portata delle capacità di indebitamento del Comune, che abbiamo lasciato con un bilancio più che sano.

Tanto per doverosa informazione.

6 agosto 2010
Interrogazione sulla sede a R.C.

Sig. Sindaco,

Le chiedo se Le risulta che presso l’ex Hotel de Londres siano stati assegnati dei locali ad una formazione politica, segnatamente Rifondazione Comunista, o ad associazione ad essa legata (Agorà).

Se così fosse, Le chiedo quale procedura sia stata adottata per tale concessione, a quale canone sono stati concessi i locali a detta associazione, infine se Le risulta che essi siano idonei dal punto di vista statico e non si trovino in condizioni di inagibilità.

Lo chiedo anche perché anche io avrei un’associazione che vorrebbe avere una sede dal Comune e mi piacerebbe sapere come si fa.




permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 6/8/2010 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

6 agosto 2010
Luci ed ombre nella vicenda della Cavese

Vorrei porre all’attenzione di questo Consiglio Comunale una serie di questioni relative alla gestione della vicenda della salvezza della Cavese Calcio ed in particolare all’operazione denominata “Salviamo la Cavese”.
Do atto al Sindaco e all’amministrazione tutta dell’impegno profuso nella gestione della vicenda che, allo stato iniziale delle cose, non faceva ben sperare. La forza del successo è sicuramente dovuta al lavoro dell’Amministrazione, ed anche ai tifosi, ai cittadini ed agli imprenditori cavesi che hanno risposto con grande sollecitudine all’invito del Sindaco di contribuire economicamente alla salvezza della S.S. Cavese 1919, dimostrando un amore per la squadra metelliana e per la nostra città che ci fa onore e che ci rende, per questa ragione, ancora più in dovere di rispondere agli stessi cittadini con chiarezza e fatti concreti.
Non occorre ricordare a nessuno, in questa sede, che il Consiglio Comunale lo scorso 26 giugno ha votato all’unanimità il seguente ordine del giorno “Il Consiglio Comunale, considerando la S.S. Cavese 1919 patrimonio di tutta la città; vista la sua valenza sociale, di promozione del territorio, di istituzione fortemente identitaria, impegna l’Amministrazione Comunale, in questo momento di particolare difficoltà della squadra cittadina a destinare un sostegno finanziario, anche nelle sue forme dell’utilizzo e manutenzione del campo sportivo, ecc…, nella misura di almeno € 150.000, 00  purchè la squadra continui a militare in Prima divisione”
Voglio sottolineare che questo provvedimento l’ho votato d’istinto, facendo premio ad una posizione che avevo deciso di assumere riguardo a questa vicenda (“né aderire, né sabotare”), piuttosto che alla razionalità imposta dal mio ruolo di amministratore.
Tuttavia subito dopo il voto mi sono reso conto di alcune contraddizioni insite in questo atto decisionale. Da dove si prendono i soldi? Come si giustifica un contributo così oneroso dato ad una società privata? Perché dopo tutto, è di quello che si parla!
Tali argomentazioni sono state chiaramente illustrate in sede di conferenza dei capigruppo del 26 giugno (verbale n. 9) in cui il Sindaco, dopo aver chiarito i contenuti dell’atto di indirizzo, ha condiviso la richiesta, avanzata in quella sede oltre che da me dai colleghi Scarlino e Bove, di acquisire agli atti, a supporto della Delibera di Consiglio Comunale, una relazione del Segretario Generale ed un parere dei revisori dei conti circa la correttezza e la legittimità del provvedimento adottato.
Faccio notare che nulla di quanto concordato è, ad oggi, stato messo a disposizione di questo Consiglio Comunale.
Pertanto, considerato che il provvedimento votato, era condizionato all’iscrizione della società nella prima divisione e alla costituzione di una nuova compagine societaria che evidenziasse una forte discontinuità con la precedente, chiedo che questi documenti entrino, in breve tempo, nella disponibilità dei Consiglieri Comunali.
L’iscrizione della Cavese Calcio al campionato in Prima Divisione è, oggi una realtà. Pertanto come atto consequenziale al deliberato di indirizzo del Consiglio Comunale la Giunta dovrebbe elargire il contributo promesso. Chiedo, quindi, che la documentazione di supporto sia messa nella disponibilità dei consiglieri comunali, prima dell’approvazione dell’atto di Giunta.

La seconda questione è relativa alla costituzione della nuova società e al trasferimento delle quote societarie.
Rispetto a questo non c’è ancora molta chiarezza.
Il 9 luglio scorso, il Sindaco, nel corso della conferenza stampa con la quale annunciava l’adempimento di tutti gli obblighi imposti dalla Covisoc, aveva ufficializzato l’acquisizione delle quote della S.S. Cavese 1919 da parte di un gruppo di imprenditori locali, dopo aver ritenuto insufficiente (e fuori tempo massimo) l’offerta di acquisto da parte di imprenditori toscani, facenti capo a Ermanno Pieroni, rappresentati sul territorio cavese dall’avv. Gino Montella.
La “Cavese resta ai cavesi ed un è motivo di orgoglio” aveva immediatamente sottolineato l’assessore Adinolfi, a margine della conferenza, sottolineando la serietà e la solidità del nuovo gruppo dirigente.
Ottenuta l’iscrizione al campionato (16 luglio), la nuova dirigenza è stata presentata il 20 luglio a Palazzo di Città, ancor prima di aver determinato il riparto delle quote tra i singoli soci, ufficializzando le cariche sociali, in particolare presidenza (Antonio Di Donato) e vice presidenza.
Con tale atto pubblico, appariva evidente che la fase di accompagnamento del Comune alla costituzione dell’assetto societario potesse essere conclusa e si aprisse la fase di gestione ordinaria del club da parte della nuova proprietà.
Di fatto le cose sono andate diversamente.
Per giorni sulla stampa si è dibattuto sulle cariche sociali proposte nel corso della pubblica assemblea e si sono resi evidenti malumori tra gli stessi imprenditori, divisi sulla ripartizione delle quote, sui ruoli da assumere e, non ultimo sulle scelte tecniche assunte, da quanto ho appreso dai giornali, dalla stessa amministrazione, che ha chiesto la collaborazione dell’avv. Francesco Saverio Maglione. 
L’avv. Maglione appunto. Signor Sindaco sii prudente, e soprattutto tenga fuori l’Amministrazione e l’Istituzione dalla gestione della società.
L’avv. Maglione, penalista napoletano, era l’avvocato difensore del clan Giuliano di Forcella, in particolare di Luigi Giuliano. Da L’Espresso dell’8.9.’05 a firma di marco Lillo: << Maglione ha lasciato nel 1996 la professione dopo l'omicidio di Anyo Arcella, l'altro difensore storico di Giuliano. Ora fa il dirigente sportivo in molte squadre della Campania. Mentre è sottoposto a indagini, progetta affari insieme a Gianni De Vita, l'ex amministratore dell'Ancona Calcio, arrestato per lo scandalo fideiussioni>>.
Lo stesso Maglione, arrivando a Cava, ha dichiarato che intende ripetere il miracolo Giugliano. Vediamolo il miracolo Giugliano, sempre dalla stessa fonte: << Maglione e De Vita progettano di salvare la squadra campana del Giugliano. Lo scopo ultimo in realtà è quello di ottenere vantaggi economici dalla giunta di centro-sinistra. Secondo Maglione, il sindaco avrebbe potuto concedere appalti e terreni a chi avesse salvato la squadra. Maglione vuole creare una società con il consigliere comunale dei verdi Raffaele Vitiello e l'ex presidente del Napoli, Luis Gallo, per costruire un termovalorizzatore o un impianto sportivo. I soldi? Sarebbero venuti dal Credito Sportivo. Secondo Maglione, il presidente del Credito, Andrea Valentini, e il viceministro dell'economia Mario Baldassarri erano riconoscenti a De Vita>>.

Signor Sindaco, alla fine di un percorso estenuante che ha creato forti tensioni nella stessa tifoseria, Le chiedo ora di fornirci elementi chiari, attraverso una relazione scritta e puntuale da parte dell’assessore Adinolfi:

• sui criteri scelti per l’assegnazione delle quote societarie ai singoli imprenditori;
• sulla modalità di impiego degli oltre 200 mila euro versati dai cittadini attraverso la raccolta fondi “Salviamo la Cavese” organizzata dal Comune;
• sui criteri adottati dall’amministrazione per l’individuazione dell’avv. Francesco Saverio Maglione, quale consulente tecnico  della S.S. Cavese calcio, che ha operato per oltre 20 giorni, pur senza aver sottoscritto un regolare contratto, e senza la garanzia che la nuova compagine societaria ne confermasse le funzioni, mettendo l’amministrazione a rischio di un eventuale contenzioso per la prestazione d’opera svolta dal consulente;
• sulle motivazioni che hanno spinto, nei giorni scorsi, una parte degli imprenditori a rinunciare all’acquisizione delle quote e a rimetterle nelle mani del Sindaco,  che secondo indiscrezioni giornalistiche,  sarebbero dipese,  oltre che da divergenze sulla composizione dell’assetto societario anche dalla scelta del consulente tecnico Francesco Saverio Maglione.

Alla luce di tutto ciò, raccomando l’amministrazione di evitare qualsiasi ingerenza, da oggi in poi, nella conduzione della società Cavese calcio e mi auguro che la stessa adotti politiche gestionali improntate alla massima trasparenza, probità e correttezza, tanto vale anche nella scelta di dirigenti, tecnici, calciatori e collaboratori.
Cogliamo l’occasione per formulare i migliori auguri alla nuova società, ai calciatori ed ai tifosi della Cavese.

Un’ultima questione riguarda la proposta fatta dagli imprenditori al Sindaco, nell’Assemblea pubblica del 20 luglio,  in cui gli è stato chiesto di ricoprire il ruolo di Presidente Onorario della società. Egli lo ha rifiutato, paventando l’esistenza di una incompatibilità di ruoli, e lo ha ceduto all’assessore Adinolfi.
Rispetto a tale circostanza voglio ricordare, prima a me stesso, che un’amministrazione comunale, ai sensi di quanto stabilito con la riforma del titolo V della Costituzione, persegue gli interessi generali della collettività in materia di attività sportiva e disciplina le forme di utilizzo e gestione degli impianti sportivi di proprietà comunale che devono soddisfare gli interessi della collettività.
In particolare al Consiglio Comunale è deputata l’individuazione degli indirizzi generali per lo sviluppo della rete degli impianti sportivi e l’eventuale scelta di nuove costruzioni e acquisizioni.
Spetta, invece, alla Giunta Comunale l’individuazione e la formalizzazione dei rapporti  tra il Comune e gli organismi che svolgono attività sportive, la concessione degli impianti, l’affidamento a terzi, la determinazione delle tariffe per l’uso degli impianti e l’erogazione di eventuali contributi.
Alla luce delle funzioni svolte dalla Giunta appare evidente che la carica di Presidente Onorario non può, in alcun modo, essere ricoperta da un assessore della Giunta che potrebbe facilmente ricadere, nello svolgimento della sua funzione istituzionale, in situazioni di conflitto di interesse.
Si potrebbe osservare che tale circostanza può essere superata astenendosi da qualsiasi atto deliberativo possa che possa arrecare benefici alla società Cavese Calcio 1919.

Sarebbe coprirsi dietro un dito. Io ritengo che, una volta costituita la nuova società, l’amministrazione comunale debba continuare a svolgere i suoi compiti istituzionali e lasciare al Consiglio di Amministrazione e al Legale rappresentante, la completa gestione della società e la scelta degli indirizzi e delle azioni da intraprendere.

Questo perché l’assessore, che nel caso di specie detiene anche la delega allo sport,  come si evince dall’art. 50 del nostro Statuto comunale, compie tutti gli atti di indirizzo e controllo che non sono assegnati al Consiglio al Segretario Generale e ai dirigenti, collabora all’elaborazione delle linee di indirizzo politico di governo e soprattutto propone i criteri generali per la concessione di contributi, sussidi e vantaggi economici, di qualunque genere, ad enti e persone.

Tanto più che corrono voci sempre più insistenti su un contratto da team manager della squadra assegnato dalla nuova società al figlio dell’Assessore Adinolfi, contratto che sarebbe già stato censito in Lega.

È facilmente comprensibile che tali situazioni, pur credendo nella buona fede dell’assessore, prefigurano la possibilità che si creino condizioni per le quali si finisce per agevolare una società sportiva piuttosto che un’altra.
Intendo dire che nella circostanza di specie il conflitto di interessi esiste a prescindere dal fatto che ad esso segua una condotta impropria o meno.

Mi auguro perciò che la proposta della Presidenza Onoraria all’assessore, formulata in sede di un’assemblea pubblica, che aveva ufficializzato anche altre cariche di fatto mai assegnate, abbia ugual valore e che, pertanto, l’assessore Adinolfi non venga in futuro messo in condizione di dover scegliere tra la carica di Presidente onorario (o qualsiasi altra carica o funzione all’interno della società) e quella di assessore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cavese Cavese 1919

permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 6/8/2010 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia luglio   <<  1 | 2  >>