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14 ottobre 2011
Un quarto condono? Non è irragionevole parlarne
Notoriamente sono stato uno dei sindaci che con maggiore determinazione si è battuto contro l’abusivismo edilizio. Mi ritengo quindi in totale diritto di parlare di questo argomento, in queste ore al centro dell’agenda politico parlamentare nazionale, senza temere che il mio pensiero possa essere interpretato come l’espressione ambigua di una qualche collusione con questo fenomeno. Cerco solo di ragionare senza trincerarmi dietro il dito della fermezza parolaia.
Cominciamo dalla verità: in Italia esistono 4.400.000 abitazioni abusive; solo in Campania superano le sessantamila. Considerando una media di 2,5 residenti per abitazione, abbiamo undici milioni di Italiani, di cui circa 150mila Campani, che vivono in case illegali!
Scrive al riguardo Gian Antonio Stella sul Corriere di lunedì 10 ottobre scorso (incautamente mi permetto di discutere con un mostro sacro del giornalismo, si parva licet si diceva una volta): “Uno Stato serio le butterebbe giù con la dinamite: non prendi per il naso lo Stato, nei Paesi seri”.
Ma c’è qualcuno in Italia che ha la forza militare, economica e sociale per abbattere tanti immobili e mettere su strada, quindi per assistere socialmente poi, circa cinquecentomila persone che hanno quella come unica residenza?
Se questo qualcuno c’è, mi tiro subito indietro e mi associo a Stella. Se non c’è però, smettiamola di riempirci la bocca di furori talebani e cerchiamo di governare la questione, evitando che il fenomeno possa proliferare nei prossimi anni mentre la politica mette la testa sotto la sabbia.
Parto da alcune delle ragioni degli “abusivi”. Innanzitutto loro mettono sotto accusa l’inerzia dei pubblici poteri nel trentennio appena trascorso: se lo Stato ci avesse fermati per tempo, non avremmo speso cifre enormi per costruirci quell’abitazione che oggi ci volete abbattere. Questo grosso modo il loro ragionamento.
Già, l’inerzia dei pubblici poteri. E’ la realtà. E non mi stancherò mai di ripetere che essa è semplicemente la verità. Ciò pur evidenziando una singolarità nelle posizioni degli abusivi: mentre denunciano l’inerzia dei pubblici poteri, si infuriano nel momento in cui essi cercano di non essere più inerti! E’ capitato a me. Che dunque il ragionamento sia avanzato in modo strumentale è evidente. Ma esso è anche vero. Tant’è che le cifre dell’abusivismo in Italia sono quelle sopra ricordate. Con esse bisogna fare i conti.
Quale potrebbe essere dunque l’approccio? Parto dalla considerazione del connubio perverso tra proibizionismo urbanistico e cemento illegale. Vuoi vedere che il primo sia la fonte di ricchezza per tanti che su di esso fanno affari e che perciò intendono perpetuarlo? A me è parso sempre sospetto il sabotaggio del nuovo PUC della mia città da parte delle stesse forze politiche che hanno cercato ed ottenuto il voto degli abusivi. Un PUC che tendeva ad alleggerire i vincoli estremi del PUT.
La soluzione sta dunque in primo luogo in nuove regole urbanistiche, che facciano in conti con la realtà esistente e che cerchino di riordinarla. Ma questa è una soluzione a lungo termine. Il problema è però qui ed ora.
Nell’immediato il punto di partenza, a mio avviso, non può che essere quello di una definizione certa di “abusivismo di necessità”. Il criterio che la casa abusiva sia “di necessità” se essa è l’unica di proprietà di chi ci vive, non è sufficiente. Intanto perché chi ci vive può essere un prestanome, o perché può avere altre proprietà intestate a suoi prestanomi. Ma anche per altre circostanze. E’ un abuso di necessità una casa di 150 mq ed oltre? E’ di necessità la casa di uno, già proprietario di un immobile in cui viveva, regolarmente accatastato e conforme alle leggi, che poi lo ha venduto, e con i soldi ricavati ne ha edificato un altro di dimensioni maggiori su terreno non edificabile? Insomma la materia è complessa e non servono gli slogan per dirimerla. La prima cosa, e la più utile, sarebbe dunque se si precisasse in maniera stringente cosa si intende per “abuso di necessità” e si confrontasse questa definizione con la giurisprudenza di un trentennio e con la legislazione esistente, per verificarne la praticabilità ai fini di una nuova legislazione in materia.
Il secondo passo, altrettanto rilevante, è che intanto si fermino nuovi abusi. E come li si può fermare se non facendo capire a chi avesse intenzione di realizzarlo che rischia l’abbattimento dopo aver speso un mare di soldi? C’è chi può onestamente affermare che i sopralluoghi, i sigilli puntualmente violati, le lungaggini burocratiche necessarie per consentire a tutti i cittadini di esperire tutti i legittimi tentativi di legge per difendere i propri interessi, servano come un reale deterrente? O non sono proprio queste pratiche “garantiste”, e giustamente tali, il terreno di coltura delle collusioni tra pezzi degli apparati pubblici ed abusivi, insomma delle mazzette? La risposta a questa domanda è indispensabile se si vuole favorire il percorso normativo. Chi vuole procedere oggi ad un quarto condono, dopo quelli dell’85, del ’94 e del 2003, deve innanzitutto spiegare come esso possa evitare di avere come unica conseguenza quella che i tre condoni passati hanno già prodotto. E cioè l’incremento degli abusi e degli scempi dei territori.
Il terzo passo è la messa in sicurezza delle famiglie che sprovvedutamente hanno costruito in zone in cui possono lasciarci le penne. Se la zona è a rischio idrogeologico non si può scherzare.
Una volta un abusivo, uomo intelligente e colto, mi ha detto con tono di rimprovero verso la mia rigidità legalitaria: “l’uomo non può avere solo doveri”. Ma nessuno può reclamare il “diritto” di costruire una sua casa in un luogo in cui può verificarsi una frana e di esporre oltre alla sua anche la vita dei suoi familiari. Questo no, i “doveri” esistono. Altrimenti è l’anarchia totale.
Se ci trovassimo d’accordo su questi tre passi – non a parole, ma conseguentemente – si potrebbe trovare lo spazio per aprire una discussione seria su una nuova legislazione in materia, che consenta di far fronte a questa emergenza. Non si possono lasciare centinaia di migliaia di famiglie nella paura quotidiana. Una paura che le butta nelle braccia di quei contropoteri che promettono - ed a volte garantiscono - immunità in cambio non infrequentemente anche della svendita della propria dignità personale.
Io sono dunque per una nuova legge organica in questa materia. E non da oggi. Non ho mai voluto tuttavia che questa battaglia fosse confusa con la difesa dell’irresponsabilità, o delle speculazioni immobiliari; né che essa fosse finita con il rafforzare i poteri delinquenziali che si annidano nelle maglie del cemento illegale.
Per questo motivo, da sindaco, pur adoperandomi per le vie discrete per porre il problema alle forze politiche - in particolare a quello che allora era ancora il mio partito, il PD - non ho mai voluto partecipare a manifestazioni di sorta degli abusivi, tanto meno con la fascia al petto.
La lettura che se ne sarebbe tratta tra la gente sarebbe stata inevitabilmente che io, sotto sotto, ero disponibile a chiudere un occhio, o tutti e due.
Ma sapevo bene che il problema c’era e c’è. E che non si risolve solo con le ruspe, che pure in alcuni casi sono necessarie.



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18 settembre 2011
La cassetta di Mazzini
Gaeta è stata l'estrema rocca di Francesco II di Borbone. Qui i sentimenti borbonici non si sono mai spenti. Sarà forse per questo che la gente, sapendo della presenza del grande cospiratore Giuseppe Mazzini in città, ne parla tutto sommato meglio di quanto ci saremmo aspettati. Lui è pur sempre un nemico giurato di Casa Savoia ed uno che non si riconosce nel Regno d’Italia; perché è repubblicano e perché lo considera l’esito dell’annessione militare della penisola al Piemonte. E poi Gaeta è splendida. “Una Napoli parva sed apta nobis” mi fa sornione Rattrappo. In verità lui mi ha opposto non poche resistenze quando gli ho chiesto di portarmi qui per intervistare Giuseppe Mazzini. Non poteva fargli piacere. Si sa, gli uomini di chiesa detestano i credenti eretici più che gli atei. I secondi, proprio perché senza certezze, sono convertibili; i primi sono più tenaci. E poi, fanno concorrenza. Alla fine però lo stupor mundi ha ceduto alle mie insistenze. Ha interceduto col Generale Villani, comandante supremo del presidio militare di Gaeta, e lo ha addomesticato. Abbiamo così ottenuto l’autorizzazione al colloquio. 23 settembre 1870, una giornata magnifica, che non diresti di inizio autunno, di piena primavera piuttosto. In attesa dell’ora del colloquio, fissato per le 12.00, ci diciamo: andiamo in biblioteca a vedere se troviamo qualche documentazione interessante. Il sole picchia. La biblioteca vicina all’Annunziata è chiusa. Chiediamo ad un signore che sta seduto su una sedia davanti al portone, quando aprirà. “Mo’ fa cavuro, tornate nel pomeriggio”. E vabbè. Ci fermiamo al bar Grand’Italia, sotto palazzo Gioia ed aspettiamo l’ora. Ci arrampichiamo quindi per le rampe. Su su, fino alla fortezza angioina, dove è rinchiuso il profeta della patria. Sono i giorni di Porta Pia e a Firenze si teme che l’apostolo della Repubblica possa tornare nella agognata capitale e rimettere in discussione la Monarchia. Un piantone ci accoglie sullo scalone di pietra e ci fa strada. Rattrappo però parla solo tedesco e latino e lui non capisce bene con quale detenuto avremmo avuto il colloquio; perciò inizialmente ci conduce alle celle del pian terreno, luogo di sofferenze indicibili. Riesco a sbirciarle: quattro celle a destra, cinque a sinistra, tutte eguali da 1,5x2,5 mt, con un tavolaccio addossato alla parete laterale di ciascuna di esse. In fondo allo stretto corridoio che le separa, il bugliolo ed un lavabo. Il carceriere di guardia, quando sente il nome di Mazzini, ci guarda come a dire: e qua lo cercate? Poi dice al piantone di accompagnarci al secondo piano, dove il repubblicano è prigioniero-ospite in un appartamento vista sul golfo: “Un trattamento d’amici, caro, commovente” ricorda la lapide. E già, Giuseppe Mazzini, condannato a morte, amnistiato, ma con condanna ancora vigente in quanto ha rifiutato la grazia proveniente da un’autorità che non riconosce, quella del re Vittorio Emanuele II, è trattato con tutte le premure che si devono ad un uomo illustre, ancorché ribelle. Il piantone, ancora affannato dalle scale, bussa alla porta della sala colloquio; ci apre il Colonnello Camillo Gaetano Perotti, comandante del forte, accento torinese inconfondibile. Lui non lo lascia mai solo, specie durante i colloqui. Al suo fianco notiamo una donna non più giovane, ma di bell’aspetto. “Hi Pippo”. Emilie Ashurst Venturi saluta Mazzini e sguscia via. Saputo del suo arresto e della detenzione, si è precipitata a Gaeta. Alloggia all’Albergo Italia e lo aspetterà lì fino alla sua liberazione, che avverrà il 13 di ottobre. Intanto ha ottenuto l’autorizzazione per quattro colloqui, quello del 23 è il primo. Allontanatasi la Ashurst, il colonnello ci fa segno: tocca a noi. “Pippo” Mazzini è vestito di nero, esile, austero, elegante. Ha sessantacinque anni, molti per quel secolo, ma non li dimostra per niente. Il suo proverbiale fascino è intatto (“ è bello tanto da abbagliare” confidò alle sorelle Emilie Ashurst, quando l’ebbe conosciuto a Londra nel ‘45). L’apostolo delle genti sta fumando un sigaro. Sig. Mazzini, sono qui per chiederLe di aiutarmi a capire cosa sta accadendo nella Valle Vivente. Sono giorni tristi in Italia ed in Europa. L’economia annaspa, la democrazia zoppica, cosa c’è dietro l’angolo per noi Italiani? “La tempesta! – risposta secca, decisa, di chi non lascia spazio a dubbi – Il Paese è universalmente malcontento: lo è nella gioventù educata, nelle classi operaie delle città, nella popolazione agricola, nella parte migliore della magistratura, nei piccoli proprietari, negli uomini di commercio,nel popolo dell’esercito, nel clero cattolico” Anche la Magistratura? anche gli imprenditori? “Gli onesti tra i magistrati si ribellano agli arbitri governativi ed alla corruzione sfrontatamente invaditrice dell’alte sfere. Gli uomini di commercio aborrono dall’incertezza del dì dopo, che falsa i loro calcoli e inceppa le loro operazioni. Un senso crescente di sfiducia serpeggia tra gli impiegati e spira visibile nei consigli di chi regge le cose pubbliche. Non v’è uomo in Italia, che, temendo o invocando, non pre-senta vicino, inevitabile, un mutamento di cose. Sono questi i sintomi che in ogni paese nel quale ebbe luogo una grande rivoluzione, la preannunziarono”. Una rivoluzione dice Lei. Ma questa è roba per giovani. Ed i giovani Italiani della Valle Vivente sembrano invece indifferenti, quasi infiacchiti. Decideranno di assumere nelle proprie mani il loro destino? Il fondatore della Giovine Italia e della Giovane Europa non sembra sorpreso da questa mia considerazione. “I giovani, da pochi infuori indifferenti per abitudini indegnamente dissipate, sentono che loro patria non procede come dovrebbe. Non odono però parole calde, non vedono fulgidi esempi d’azione. E’ tempo di dire a una gioventù buona, ma traviata purtroppo dai faccendieri politici, tutta e nuda la verità”. Cioè? “Io dico che i giovani, come i popoli, si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero. La moralità è l’anima delle grandi imprese”. E non c’è in Italia a Suo avviso chi interpreti questi valori? Non c’è un intellettuale, un politico, un partito che sappia comunicare il vero? “Non c’è chi ami la linea retta, ch’è la più breve. Gli Italiani amano troppo gli artificii machiavellici e le reticenze gesuitiche. E fra tutte le pesti della misera Italia la più funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti delle vie oblique, dei machiavellucci d’anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in trentaduesimo ai quali, negli ultimi anni, è toccato in sorte di reggere la più bella, la più santa, la più grande nazione per la quale abbiamo sparso inutilmente lacrime e sangue”. Sono considerazioni molto amare Maestro. Mi chiedo come Lei abbia potuto avere tanta fiducia nel popolo, se il Suo giudizio sugli Italiani era questo. Non è che le Sue proverbiali sconfitte siano dipese dall’aver preteso troppo dagli Italiani? “In effetti il popolo, l’affetto delle nostre anime, il segreto dei nostri pensieri, l’intento delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti, ha fatto il callo al suo giogo: il servaggio ha stampato profondo il suo solco sulla fronte del popolo, e la polvere di secoli posa sulla sua bandiera. E’ da capire. Se la libertà ch’egli vedeva scritta sulle bandiere dell’Italia non fosse stata per esso come il frutto del lago Asfaltide, bei colori al di fuori, cenere dentro; se quando egli fidava di salire d’un grado nella scala sociale, non avesse trovata una nuova aristocrazia al posto della rovesciata; se, quando sperava di migliorare di condizione, e togliersi di dosso i cenci della miseria, egli non avesse trovato i nomi solo mutati, non già le cose; se finalmente egli avesse trovata ne’ capi politici una scintilla de’ grandi riformatori, la virtù del martirio nella fede che annunciavano, io vi direi: chiamatelo! Ma in oggi, occorre pur dirlo, la esperienza di tante rivoluzioni, che non hanno fruttato miglioramenti alle moltitudini, ha insegnato al popolo la diffidenza. Oggi è d’uopo ridargli fiducia”. Allora, a Suo parere, le Sue sconfitte dipesero dalla mancanza intorno a Lei di una classe dirigente ispirata da questi valori? Un progetto può dunque morire prima che abbia raggiunto il fiore della giovinezza, a causa della pochezza degli uomini che lo sostengono? “A noi mancarono i capi; mancarono prima d’animo, poi di scienza politica; prima di fede in sé, nelle moltitudini che reggevano, poi di consiglio, di spirito logico”. Oggi, per venire fuori dalla tremenda crisi della nostra patria, c’è chi suggerisce di dare vita ad una grande alleanza tra forze politiche, ad un governo di solidarietà nazionale. “Le associazioni che accolgono elementi eterogenei e mancano di programma, possono durare apparentemente concordi per l’opera di distruzione, ma devono infallibilmente trovarsi il dì dopo impotenti e minate dalla discordia, tanto più pericolosa, quanto più i tempi richiedono unità di scopo e d’azione”. Un’ultima questione, una domanda forse scontata, banale, ma d’obbligo con Lei. Cosa ne dice del rinascente Federalismo? “ Il federalismo, ridando vita alle rivalità locali oggimai spente, spingerebbe l’Italia a retrocedere verso il medio evo; smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente d’aristocrazia. Altra cosa è l’organizzazione amministrativa dello Stato, che deve rispettare religiosamente le libertà dei Comuni”. Bossi ha appena detto: se l’Italia va a picco, c’è la Padania. I lombardi si salverebbero lasciando sprofondare il Sud? “Sarebbe il contentuccio dell’Italia del Nord, meschino, impolitico, illiberale, stolto, funestissimo. L’unico risultato pratico sarà il malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi ed aiutarsi”. Un suggerimento per noi, Italiani viventi? “Sono profondamente convinto che senza moralità politica non si rigenera un popolo, quindi non si esce dalla crisi. E chiarisco: a voi non mancano i ciarlatori di moralità, ma gli uomini morali. A quanti possono affermare che lo sono colla mano sul cuore, esorto: agite, conquistate, trascinate, guidate. Non tacete. Il Paese non può, per quanta fiducia voi meritate, commettere le sue sorti all’eloquenza indefinita del vostro silenzio; non può accettare il pericolo di perire nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perché voi possiate incidere poi una iscrizione splendida di patto postumo sulla sua tomba”. Ammutoliti da tanta energia, da tanta preveggenza e dalla forza della sua voce, io ed il beato abate millenario facciamo per congedarci rispettosamente. Il sigaro intanto si è consumato e Lui, trattenendoci, si rivolge al colonnello Perotti, quasi a cercare dei testimoni: “Colonnello, La priego di custodire con cura quella cassetta”. E’ una di quelle casse di legno che una volta si legavano alle carrozze nelle trasferte. Oggi l’avremmo chiamata valigia. E’ grandicella, deve contenere tanta roba; immagino si tratti di effetti personali, libri, indumenti.

Di quella maledetta cassetta, manco a dirlo, si persero le tracce dopo la sua liberazione. La cosa gettò il profeta in un’ansia sconsiderata. Tormentò per essa il povero colonnello Perotti, smosse mezzo mondo, fino a che, nel febbraio del 1971, essa non fu finalmente ritrovata e gli venne restituita. V’era tutto, tranne che una scatola di sigari. Dall’esilio londinese, in cui si era auto condannato (“Se verrò in Italia, sarà a modo mio, non per clemenza del Re”) Mazzini minacciò di intentare una incredibile causa alla Monarchia per “indebita confisca”. Lui era fatto così. Il 10 marzo dell’anno dopo, a Pisa, a casa di Nathan Rosselli, avvolto nello stesso scialle che aveva già riscaldato gli ultimi giorni di Carlo Cattaneo, morì il sig. George Brown. Con questa falsa identità Mazzini era rientrato in Italia. I fratelli muratori tentarono di farlo imbalsamare per esporlo in pubblico in un mausoleo, affinché fosse venerato nei secoli. Non ci riuscirono perfettamente. Ci riusciranno mezzo secolo dopo i sovietici col cadavere di Lenin. Le esequie si tennero il 17 marzo nella sua Genova. La città allora contava centoquarantamila anime. La prefettura comunicò al Ministero dell’Interno che avevano accompagnato il feretro centomila persone. Tra i partecipanti un numero inconsueto di donne vestite a lutto. Da Londra Emilie Ashurst Venturi, quando le raccontarono delle numerose donne che avevano pianto il suo Pippo, commentò livida di gelosia: “Mai si è veduta una cosa simile, mai. Uno spettacolo unico e una vergogna unica al mondo”. Le risposte alle domande di questa intervista si trovano in Giuseppe Mazzini, “Opere Politiche”, UTET, 2005 e nel suo “Epistolario”, Sansoni, 1902



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9 agosto 2011
Prosegui per la tua strada

Questa "intervista impossibile" al Mahatma Gandhi è stata pubblicata dal ROMA-Cronache del Mezzogiorno, oggi 7 agosto 2011. Come sempre ringrazio il Direttore e la Redazione per l'ospitalità.

PROSEGUI PER LA TUA STRADA - Intervista a Mohandas Karamchand Gandhi – di Luigi Gravagnuolo

Bussiamo gentilmente alla porta. Ci apre una signora dai lineamenti europei in abiti indiani. Bei colori, l’indaco quello dominante. Rattrappo, già di per sé deforme, è alquanto buffo in quel cencio che si è arrotolato attorno al tronco per rispetto verso la “grande anima” che ci aspetta. Congiunge le mani come per pregare, fa un cenno di inchino e chiede se possiamo entrare. Miss Madeleine Slade guarda i nostri piedi. Dobbiamo toglierci le scarpe. Poi ci accompagna a pian terreno nella biblioteca e sala da lettura e, salutandoci, ci dice: “Mi chiamo Mirabehn, è il nome che mi ha dato Lui”.
Siamo alla Mani Bhavan, la residenza del Mahatma a Bombay. Febbraio solare, afoso, 1934. A Bombay passi per le viscere dall’inferno. Abbiamo ancora nelle narici il fetore cadaverico degli scoli fognari all’aperto, gli occhi offesi dalla miseria osservata attraversando le strade per arrivare alla residenza. Un turbamento atroce. Ma la dimora dell’avv. Gandhi, in stile coloniale, collocata nel quartiere borghese Gamdevi, sotto i gradevoli Hanging Gardens, pulita, silenziosa, finanche profumata, sembra volerci riconciliare col mondo.
La biblioteca è molto vasta. Devono essere più di ventimila i volumi, ad occhio e croce. Sulla scrivania del maestro la “Lettera a un indù” e “Guerra e Pace” di Tolstoj, “Unto this last” di Ruskin ed una “Life and Writings of Joseph Mazzini”. Sì, di Giuseppe Mazzini, il protagonista del nostro Risorgimento. C’è anche una “Storia dei Saraceni” ed una prevedibile raccolta dei “Veda”. Ma io sono incuriosito da Mazzini. Sto per prendermi la licenza di aprire il libro, quando compare Kasturbai. Mani giunte, un saluto cortese ed un cenno come per dirci: “In cosa posso esservi utile?”.
Rattrappo si sente molto a suo agio e le chiede se suo marito, il Mahatma, sia disposto a riceverci. Stiamo cercando la Verità ed abbiamo da rivolgergli alcune domande. Kasturbai scuote mite il capo, sembra che stia dicendo di no; ed invece il sorriso, la dolcezza degli occhi, la tenerezza dello sguardo, il pudore delle spalle che ondeggiano lievemente come per agevolare il movimento del capo, ci dicono di sì. Chissà che non avesse ragione Pasolini a pensare che gli Indiani hanno imparato a dire di sì osservando i movimenti dei cobra, quando assecondano il flauto degli incantatori.
Seguiamo Kasturbai su per le scale di legno, fino alla stanza privata del Mahatma, al secondo piano. Pareti grigioverde tenue, un materassino bianco ed un cuscino sistemati direttamente sul pavimento. Lui è lì, in piedi, a mani giunte, con quella sua famosa tunica bianca che gli cade giù dalle spalle e gli rigira sotto le gambe. E’ scalzo, ma per terra, alla sua destra, noto i suoi sandali: due suole rigide con un infradito di legno, che sembra un piccolo ombrellino cinese; niente fibbie. In un angolo uno strumento musicale a corda. Non so dargli un nome. Infine un leggìo nano poggiato sul pavimento, molto simile a quello che usano gli imam musulmani. Accanto ad esso la grande anima si accuccia, piegandosi sulle ginocchia ed incrociandole in posizione yoga.
Cerco maldestramente di imitarlo. In qualche modo mi aggiusto e comincio ad indagare su di lui.

Mahatma, molti La ritengono un santo, altri un politico, altri ancora un politico religioso. Lei come si definirebbe?
La parola santo andrebbe eliminata dalla vita presente. E’ una parola troppo sacra perché la si possa applicare con leggerezza a chicchessia, tanto meno ad uno come me, che sono solo un umile ricercatore della verità, consapevole dei miei limiti. Né sono un politicante in veste di santo. Appartengo alla terra, sono un terrestre … Sono soggetto alle vostre stesse debolezze. Ma ho visto il mondo. Ho vissuto nel mondo con gli occhi aperti. Ho attraversato le più feroci ordalìe che si siano abbattute sul destino dell’uomo. Sono passato per questa disciplina ed ora cerco di introdurre nella politica la religione>>.

Quale religione Mahatma? Può la religione conciliarsi con la politica? Il maestro prima mi fa capire con fermezza che non ama essere chiamato “Mahatma”, poi prosegue:
La mente umana o la società umana non è divisa in compartimenti stagni chiamati rispettivamente sociale, politico e religioso. Tutti agiscono e reagiscono l’uno con l’altro. La mia religione è la ricerca della Verità. Per me Dio è Verità e Amore. Non ho altro Dio da servire che la Verità. Non ho altra forza che quella che mi proviene dal mio insistere sulla verità. La Verità non danneggia mai una causa giusta, quindi si concilia con una giusta politica>>.

Mah, sarà ... La mia esperienza personale mi ha reso però diffidente verso la verità. Se la predichi per davvero, in politica sei spacciato. E quando perdi, con te perde anche la tua causa …
Ci sono momenti della vita in cui una piccola voce interiore ci dice:”Sei qui sul sentiero giusto, non deviare né a destra né a sinistra, ma prosegui per la strada stretta e ripida”. Dopo sessant’anni di esperienza personale, la sola reale sfortuna è quella di abbandonare il sentiero della verità. Soltanto la verità durerà, tutto il resto sarà spazzato via dalla corrente del tempo. Continui dunque a testimoniare la verità che Le detta la voce interiore, quand’anche si vedesse tradito da tutti. >>. 

A volte mi è sembrato che le calunnie, le dicerie, le vili bugie disseminate su di me, mi cadessero addosso come una slavina inarrestabile; che la menzogna fosse più forte della verità nella Valle Vivente. Confesso, Maestro, che stento a seguirLa sul primato della verità in politica.
Per me è una regola di vita ignorare le distorsioni del mio pensiero, eccetto quando la causa richieda la correzione. Questa regola mi ha risparmiato molto tempo e fastidi. Il mio consiglio, generalmente parlando, è di non badare alle accuse infondate e maliziose. E’ sufficiente essere sinceri con se stessi; in quel caso si possono lasciar scorrere senza paura le “torbide correnti delle dicerie”. Io sono abituato da una vita a venire frainteso. E’ il destino di ogni lavoratore pubblico, che deve avere la pelle dura. La vita gli sarebbe assai gravosa se dovesse rintuzzare e chiarire ogni falsità. >>. 

Una politica ispirata alla verità rischia di diventare poco duttile, o di comportare dei gravi conflitti con la propria coscienza nei casi degli inevitabili compromessi. Lei è notoriamente pronto ai compromessi in politica. Il vicerè britannico l’ha definita “l’ometto più astuto, più abile nel negoziare, dotato del più sottile senso politico che abbia mai conosciuto”. Si riconosce in questa definizione?
Sono orgoglioso della mia natura accomodante nelle questioni non vitali. L’insistenza stessa sulla verità mi ha insegnato ad apprezzare la bellezza del compromesso. Ed ho scoperto per esperienza che, se voglio vivere in società e continuare a conservare la mia indipendenza, devo limitare i punti di completa indipendenza alle questioni di primaria importanza. In tutte le altre cose, che non comportino una antitesi con la propria personale religione o codice morale, bisogna cedere alla maggioranza>>.

La propria personale religione, Lei dice. Si sa della Sua leggendaria tolleranza, della Sua instancabile ricerca di una intesa e di una convivenza pacifica con l’Islam; eppure, Lei non può saperlo, ma ancora nel 2011 nella Valle Vivente, qui a Mumbaj (ora Bombay l’hanno chiamata così) una bomba ad una stazione di bus ha fatto una strage. E’ stata rivendicata da terroristi musulmani. Anche chi organizza stragi di innocenti lo fa spesso in nome della “propria personale religione”.
No, non lo fa in nome della voce interiore della verità. Considero l’Islam una religione di pace allo stesso modo del cristianesimo, del buddismo e dell’induismo. Non c’è nulla nel Corano che autorizzi l’uso della forza. L’Islam cesserebbe di essere una religione mondiale se dovesse basarsi sulla forza per la propria diffusione. E’ vero, i seguaci dell’islam si sentono troppo liberi con la spada. Ma questo non è dovuto all’insegnamento del Corano. E’ dovuto a mio avviso all’uso che ne fanno alcuni seguaci di Maometto, che lo adattano e subordinano all’ambiente ed alle circostanze storiche. Anche nel Cristianesimo si riscontrano sanguinose testimonianze, non per difetto di Gesù, ma perché l’ambiente in cui esso si diffuse non rispondeva al suo alto insegnamento. Io considero che ci sia un solo Dio, e che esso sia la Verità. E che dalla Verità sgorga la non-violenza>>.

La non-violenza, Mr. Gandhi, si riferiva ad essa quando poco fa diceva che Lei si propone di introdurre la religione nella politica?
Sì, la non-violenza sgorga dalla stessa insistenza nella ricerca della verità da cui sgorga la fede>>.

Lei è apparso per questa Sua teoria un sognatore, quando non un folle, comunque un eccentrico.
In effetti dovunque vada, attiro a me gli eccentrici, i maniaci, i pazzi. Evidentemente la reputazione è ben meritata – sorride, il Mahatma non difetta di humour, poi torna serio: – Sono un sognatore pratico. I miei sogni non sono però impalpabili nullità. Voglio convertire il più possibile i miei sogni in realtà. E credo che l’atto più spirituale debba essere il più pratico, nel vero senso del termine>>. 

In realtà devo ammettere che cosa più pratica dell’indipendenza dell’India non c’è stata! Eppure a me i dubbi restano. Facciamo un caso per assurdo: Lei si trova in Norvegia nel 2011, sta parlando ad un meeting di giovani sulla tolleranza e l’accoglienza interculturale, arriva un giovane biondo - si chiama Breivich, Anders Breivich - ha una mitraglietta nelle mani, spara all’impazzata e comincia ad uccidere gente inerme. Gandhi, il non violento, che fa?
Il vero significato della non-resistenza è stato spesso travisato o addirittura distorto. Non implica mai che il non violento debba piegarsi alla violenza di un aggressore. Se dovessi scegliere tra codardia e violenza, sceglierei la violenza. Benché essa non sia lecita, quando è opposta per autodifesa o in difesa degli inermi è un atto di coraggio assai preferibile alla codarda sottomissione. Ma la violenza è ammessa solo in alcuni casi estremi. Poi bisogna tornare al coraggio superiore della non-violenza. Rispondere alla brutalità con la brutalità è ammettere la propria bancarotta morale e questo non può che avviare un circolo vizioso. E me lo lasci dire per la millesima volta: la non violenza è dei più forti, non dei più deboli, dei più coraggiosi non dei più vili>>. 

E certo che ci vuole coraggio. Un non violento, un non resistente, espone disarmato la sua vita ai violenti. Ma questo non confina con l’autolesionismo, se non col suicidio?
La non-violenza non è facile da capire, ancora meno da praticare, deboli come siamo. Io in passato ho subito delle aggressioni, ma finora Dio mi ha risparmiato, e gli aggressori si sono pentiti delle loro azioni. Certo non bramo il martirio, ma se me lo troverò davanti nella prosecuzione di quello che considero il supremo dovere in difesa della fede che nutro, me lo sarò guadagnato>>.


Un quarto di secolo prima, nel 1910 per la precisione, alla Victoria Station di Londra era stato arrestato e condannato all’ergastolo un bramino mahratta, Vinayak Damodar Savarkar, ammiratore di Mazzini, del Mazzini insurrezionalista, di cui aveva tradotto in lingua marathi vari scritti. Era un patriota indiano. Ed un terrorista hindu. Gandhi lo aveva conosciuto nel 1909 constatando le reciproche divergenze. Nel ‘20, essendo Savarkar ancora in prigione e con la salute gravemente compromessa, Gandhi aveva scritto vari articoli in sua difesa, sostenendo che lui ormai aveva rinunciato alla violenza. Il Mahatma aveva praticato anche uno dei suoi proverbiali digiuni per ottenerne quanto meno un alleggerimento della pena. Nel ’21 Savarkar venne trasferito a Ratnagiri, al confino, dove Gandhi andò a fargli visita. Nel ’37 il Vir, il “valoroso” Savarkar, sarà liberato definitivamente. Dopo la seconda guerra mondiale e la proclamazione dell’indipendenza dell’India scoppiarono scontri e violenze tra induisti e musulmani. Gandhi li condannò, riprese i digiuni, percorse a piedi il Bengala per scongiurare le violenze. Il 30 gennaio del 1948, dopo essere scampato nel giro di pochi giorni a diversi attentati, mentre si incamminava con le sue care Abha e Manu, due orfane da lui adottate, per le preghiere a Birla House, in Delhi, un giovane gli andò incontro e gli sparò diversi colpi di pistola, uccidendolo. L’assassino si chiamava Nathuram Godse ed era uno dei più stretti collaboratori di Savarkar. Le ceneri di Gandhi furono disperse nel Gange. Il Mahatma, prima di morire, aveva fatto a tempo ad invocare Dio: “Hej Rama!”
Le risposte a questa intervista sono ricavate dall’ampia antologia di sue citazioni raccolte nel testo “Il mio credo, il mio pensiero”, nell’edizione Newton - Saggi 2010.




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12 luglio 2011
L'Anticristo in agguato - Intervista impossibile a Benedetto Croce
Che dissenso tra il suo corpo deforme e la grandezza dello spirito che  esso  imprigiona.  Quella specie di troncone paralitico si fa portare a spasso da me per Piazza del Gesù Nuovo, Napoli.  La guerra conclusa da poco più di un lustro mostra ancora le sue ferite. Ed insieme le sue possenti guarigioni. Quella dell’animo dei Napoletani, ad esempio. Sono più buoni, hanno più cuore rispetto a quelli della Valle Vivente. La tragedia, i lutti, hanno fatto riemergere in essi la loro proverbiale umanità.  C’è un clima anche allegro in città in questa primaverile mattinata del ’52. Vi si respira ancora la gioia della ritrovata libertà.
 
E da chi potrebbe mai condurmi Rattrappo, se non dal profeta della libertà? Ma sì, siamo vicini a Via Mariano Semmola, Palazzo Filomarino, residenza di Benedetto Croce. Chissà quali verità potrà insegnarmi il Filosofo. Temo tuttavia di non riuscire ad interrogarlo. Me lo figuro severo, carismatico e le gambe già mi tremano mentre ci avviciniamo alla sua abitazione. Chiedo al Rattrappo di consentirmi un giro in zona, devo respirare, camminare, respirare ancora profondamente, scacciare l’ansia.

Il Centro Storico di Napoli, i suoi vicoli, i suoi squarci. Sento scorrere dentro di me i giorni sacri della civiltà umana. Testimonianze greche e romane si alternano a persistenze del Medioevo, a splendori rinascimentali, alle inquietanti bugne del Gesù Nuovo. Rattrappo si rallegra quasi scompostamente quando, dall’interno della basilica, sente venir fuori le note del Salve Regina. Arrossisce. Non posso evitare di entrare in chiesa e raccogliermi in preghiera con lui. Si avverte la presenza nell’aria del dr Giuseppe Moscati. Ne ammiro lo studio ricostruito. Ne sono quasi rapito. Rattrappo mi scuote:
“Andiamo? Te la senti?”   Ma sì, non me la farò certo sotto!
Finalmente Palazzo Filomarino. “Rattrappo, ti lascio qui, le scale sono splendide, ma non ce la faccio a trascinarti su. Vado, busso, entro, lo intervisto. Non impiegherò troppo tempo. Giuro”.

Una signora garbata mi accompagna lungo le stanze che si susseguono. Alle pareti una sterminata biblioteca. Sento l’odore amico dei libri ed insieme nelle vene una sorta di ardore civile, quasi che il primo fosse il vettore del secondo. Passiamo per la stanza dedicata a Gianbattista Vico, un armadietto protegge gelosamente le edizioni più rare. E le separa dagli altri volumi.
Finalmente la Sua stanza. L’ultra-ottuagenario don Benedetto, il filosofo della libertà, mi riceve con una cordialità tale che ogni ansia svanisce di colpo. Mi accompagna al balcone. Mi fa da cicerone.
La sua espressione è involontariamente aulica (a lui riesce naturale).

<<
Quando levandomi dal tavolino dello studio, mi affaccio di qui, l’occhio scorre sulle vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio della via della Trinità Maggiore con quelle di San Sebastiano e Santa Chiara>>. Me le indica, poi si volge un po’ più a destra: <<Mi grandeggia qui e pare quasi di poterlo toccare con la mano il campanile di Santa Chiara>>.

Che atmosfera. Migliore accoglienza non avrei potuto ricevere. “Senatore Croce, gli dico, che incanto l’odore dei suoi libri. Sono di un numero sconfinato, da quando ha iniziato a raccoglierli?”

<<
Dalla mia più lontana fanciullezza abruzzese. Quando vi torno col pensiero, ritrovo nella memoria l’avidità con la quale chiedevo ed ascoltavo ogni sorta di racconti, la gioia dei primi libri di romanzi e di storie che mi furono messi o mi capitarono tra le mani, l’affetto del libro stesso nella sua materialità, sicché a sei e sette anni non gustavo maggior piacere che l’entrare, accompagnato da mia madre, in una bottega di libraio, guardare rapito i volumi schierati nelle scansie, seguire trepidante quelli che il libraio porgeva sul banco per la scelta e recare a casa i nuovi, preziosi acquisti, dei quali perfino l’odore di carta stampata mi dava una dolce voluttà. Poi ho continuato per tutta la vita>>.

Una vita di studi ed un pensiero volto all’indagine teoretica. Per tanto tempo Lei è apparso come un filosofo distaccato dalla vita pratica, indifferente per non dire diffidente verso l’impegno civico. Oggi è Presidente di un partito, del Partito Liberale. Quando ha scoperto la passione per la politica?

<<In famiglia l’ambiente politico mi fece difetto e mi mancò altresì nel collegio, dove entrai a poco più di nove anni. Un collegio cattolico, senza superstizioni e senza fanatismi, ma, insomma, collegio di preti. Sopravvissuto al terremoto di Casamicciola del 1883, nel quale perdetti i miei genitori e la mia unica sorella, e rimasi io stesso sepolto per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo, guarito alla meglio, mi recai insieme con mio fratello a Roma, in casa di Silvio Spaventa, cugino di nostro padre, che aveva accettato di diventare nostro tutore. In Roma rimasi dapprima quasi trasognato, in mezzo a una società così diversa, in casa di un uomo politico autorevolissimo, tra deputati e professori e giornalisti che la frequentavano, tra dispute di politica, di diritto, di scienza. La casa stessa era situata in via della Missione, accanto al palazzo di Montecitorio. Ma io non ero preparato ad accogliere in me quella nuova forma di vita, né la politica di quegli anni poteva rincorarmi di fiducia ed accendermi l’entusiasmo>>.

Ed allora?  - insisto - Quando ha avvertito il richiamo dell’impegno politico?

<<La guerra e gli sconvolgimenti morali e politici che le tennero dietro; l’ignoranza, l’obbrobrio, lo spregio e lo scherno delle nuove generazioni intorno a quella che era stata la vita dell’Italia dopo il conseguimento dell’Unità, mi accesero l’animo>>.

Già la Patria. Brutti tempi ancor oggi, nel centocinquantenario,  per la nostra Italia. Se dovesse darne una definizione, senatore, come la ridurrebbe in un concetto?

<<
La patria non è altro che una delle forme nelle quali la coscienza morale di un popolo tesse la sua tela, ed ha valore per questo suo contenuto morale, e non già per le linee dei suoi monti, pel corso dei suoi fiumi, o pel fulgore della cupola celeste che la ricopre. E chi ama la patria, la farà amare, appunto perché, avendo primamente educato se stesso, non può non spargere intorno a sé, di continuo, germi di educazione per altrui>>.

E chi se non la classe dirigente, la borghesia, avrebbe il dovere di spargere per l’Italia questi germi di identità nazionale? Non pare tuttavia se ne curi granché. Si direbbe che non sia proprio tempo di Patria per l’Italia!

<<Anche nei primi cinquant’anni dell’unità nazionale il culto della patria si ritenne nelle nostre province qualcosa di astratto, perché la rivoluzione unitaria era stata, com’è noto, opera di pochi, e i concetti che l’avevano guidata e che davano forma al nuovo Stato italiano, si trasmettevano per mezzo dei libri e della scuola, quasi senza suscitare echi nei luoghi e nelle famiglie. E’ stata poi la grande guerra, combattuta da tutto il popolo italiano, a vincere questa astrattezza. Nessuna famiglia italiana è passata senza che alcuno dei suoi componenti o congiunti vi avesse parte. I pericoli, le ansie, i dolori che si sono sofferti durante la lunga guerra e nei tristi anni che la hanno seguita hanno resa viva e concreta l’idea della patria. Sì, è alla borghesia, alla classe colta ed intelligente delle nostre province, che spetta primamente il prossimo dovere di amare e di far amare la patria, tenerne viva l’idea>>.

Ed a Suo avviso ne è capace, prof.? Lei riconosce nella borghesia italiana le virtù delle classi dirigenti di una nazione? Berlusconi, la Lega, gli Scilipoti vari, è questa la classe dirigente dell’Italia vivente. Come la giudica?

<<
L’Anticristo è sempre in agguato>>.

L’Anticristo? Che dice professore? (ahi, l’età, penso tra me e me; il vecchio don Benedetto comincia a perdere colpi).

<<
L’Anticristo non è semplicemente l’umana peccaminosità, l’abbandonarsi al male con l’interferente e deliberata coscienza che quello è il male. Il vero Anticristo sta nel disconoscimento, nella negazione, nell’oltraggio, nella irrisione dei valori e degli ideali, dichiarati parole vuote, fandonie o, peggio ancora, inganni ipocriti per nascondere la brama e la cupidità personali. Ed i periodi e le età così configurate si chiamano di varia decadenza e corruttela e imbarbarimento, e si ricordano con orrore nelle diverse età in cui gli ideali predominano, guidano, incoraggiano al fare in tutte le sue forme, e che si chiamano di progresso e di civiltà>>.

Vuole dirmi che una speranza c’è. Che siamo in un periodo brutto, a rischio, ma che la storia non finisce qui? Cosa fare allora per respingere l’Anticristo?

<<
Bisogna metterci con tutto noi stessi a non lasciar sfuggire occasione né perdere mezzo alcuno per fare cose utili e buone, che concorrano al civile avanzamento. Ce ne sono tante da fare, dai metodi educativi, alle riforme, ai programmi per il Paese. Ma io dico che il punto essenziale, quello che decide dell’efficacia di ogni riforma, di ogni programma, di ogni metodo, è se vi sia o non vi sia in noi la disposizione a considerare e trattare noi stessi come strumenti di un’opera che va oltre di noi, se vi sia in noi il pungolo interiore del dovere, lo scrupolo di coscienza che ci fa arrossire quando spendiamo il nostro tempo in azioni e pensieri vili. La Patria rinascerà quando tra le sue classi dirigenti tornerà a radicarsi il sentimento che il miglior pregio della vita, la maggiore soddisfazione che in essa possa provarsi, è data non dalle fortune materiali, non dagli arricchimenti, non dagli onori, ma dal produrre qualcosa di obiettivo e di universale, dal promuovere un nuovo e più alto costume, dal modificare in meglio la società in mezzo a cui si vive, godendo di questa opera come un poeta della sua poesia>>.

Quando si dice un filosofo idealista …   Professor Croce, Lei  che le ha dedicato la vita, ha trovato la Verità?

<<La Verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la Vita. Io, come altri filosofi di ogni tempo, ho risolto un gruppo di problemi storicamente dati e, alla fine della ricerca, riesco ad intravedere le prime incerte linee di una nuova ricerca che seguirà chi verrà dopo di me. Con questa modestia e con questa fiducia di non aver pensato indarno sto ponendo termine al mio lavoro>>.

Cos’è Maestro, un presentimento? Come sta in salute?

<<Rispondo con le parole che Salvatore Di Giacomo udì dal vecchio duca di Maddaloni, il famoso epigrammista napoletano, quando, in una delle sue ultime visite, lo trovò che si scaldava al sole e gli rispose in dialetto: - Non lo vedi? Sto morendo
>> .

Solo pochi mesi e, in un uggioso primo pomeriggio del 20 novembre di quell’anno, il CORRIERE DI NAPOLI in edizione straordinaria annunciava la morte del Filosofo, avvenuta alle 11.00 del mattino. Croce era seduto sulla sua poltrona, quando il capo reclinò. Le risposte alle domande le ho ricavate dalla “Filosofia della Pratica” (Laterza, 1915); “Contributo alla critica di me stesso” (Adelphi, 1989); “Scritti per il Corriere 1946 -1952”, (Fondazione Corriere della Sera, 2010); “Discorso sul dovere della borghesia nelle province napoletane tenuto a Muro Lucano il 10 giugno 1923” (Istituto di Sudi Filosofici, 2004); “Soliloquio di un vecchio filosofo” (Quaderni della Critica, settembre 1951).



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26 giugno 2011
Con Rattrappo alla BBC - Intervista a Bertrand Russell
Le interviste impossibili di Luigi Gravagnuolo – Incontro con Lord Bertrand Russell

Non so come sia stato possibile, ma ieri pomeriggio, riprendendomi da una botta di pennica più tenace del solito, mi sono ritrovato in un ambiente insolito, sotto un cielo cinerino che un piccolo scherzo di sole cadente non riusciva a rallegrare. Un calendario inglese, anno 1947, appeso a fianco dello specchio del bagno mi ha aiutato adorientarmi. Ho realizzato subito, ormai comincio ad abituarmici. E’ tornato Rattrappo,quello strano, deforme, nano abate millenario, che continua da qualche tempo a rapirmi nel sonno ed a sballottolarmi nel tempo e nello spazio a caccia della verità.

Mi trovo dunque a Londra, inizio primavera del ’47. Fa un freddo umido tremendo per la stagione.Non ci sono abituato. Decido così di accendere un caminetto e di mettermi ad ascoltare la radio nazionale, la mitica BBC. C’è in onda un signore che si qualifica come il direttore generale della radio. Dice di chiamarsi Sir WilliamHaley ed annuncia un ciclo di conferenze radiotrasmesse, niente di meno che di Lord Betrand Russell. Sarebbero durate tutto l’anno, con periodicità bimestrale. La prima stava per andare in onda proprio in quel momento.

Bertrand Russell? Lui, lo scienziato scettico, il filosofo sensato, ricco di tante convinzioni e dinessuna certezza,  che tanto aveva già insegnato ed ancora insegna all’Umanità? Lì? A pochi chilometri da me? Non mi faccio sfuggire l’occasione. Prendo la leggendaria metropolitana londinese e corro alla sede della BBC, nella Broadcasting House nella City of Westminster. Lo devo beccare.

Lo becco infatti, mentre sta prendendo un drink a fine conferenza. Riesco ad incastrarlo per una intervista, alla quale, da gentleman qual è, si concede volentieri.

Lo prendo subito di brutto sull’attualità, il suo punto debole. Sir, maestro, lo sa che è stato appena ucciso Bin Laden? Ci sono rischi di nuove tragedie? Guerre, terrorismo, attentati? L’umanità è in pericolo?

<<La guerra è sempre in agguato, signore>>
 
Esordisce così lord Bertrand Russell. Alto,canuto; non fosse per l’esagerato naso aquilino, a me ricorderebbe il nostro exPresidente della Repubblica Antonio Segni.
 
<<Fin dai nostri antenati lontani, quelli quasi nonumani, le tribù si sono mosse in base ad un meccanismo istintivo: solidarietàentro la tribù ed ostilità verso tutti gli altri. Anche le società evolute sisono finora tenute insieme con questo duplice meccanismo. L’esistenza di un nemico, di una minaccia esterna, accresce la solidarietà interna ad una comunità.In tempi sicuri possiamo permetterci il lusso di odiare il nostro vicino, ma intempi di pericolo dobbiamo amarlo. Noi inglesi non amiamo in genere le persone che ci troviamo accanto in un autobus, ma le abbiamo amate quando eravamo sotto la diretta minaccia delleoffese aeree tedesche>>.
 
L’istinto aggressivo degli uomini dunque comporta minacce distruttive, ma aiuta la coesione  interna alle società.  Fin qui l’istinto. Gli uomini di stato ed ipolitici in genere per parte loro, un po’ per istinto, un po’ per calcolo, tendono a darsi un nemico esterno da combattere o da cui difendersi. Così conservano meglio il potere interno. Bin Laden aveva bisogno del nemico americano per tenere coesa Al Qaeda; a loro volta i presidenti USA, combattendo lui, hanno ritrovato il patriottismo nazionale.
Ma così, Sir, siamo spacciati. Se tutte le nazioni o le associazioni politiche funzionano così, prima o poi una nuova guerra ci travolgerà. E rischierà di essere anche l’ultima, visto il potenziale distruttivo atomico, chimico, batteriologico oggi in circolazione nel pianeta.  C’è un modo per scongiurarla?
 
<<Un modo ci sarebbe: un unico governo mondiale, il quale abbia il monopolio di tutte le principali armi da guerra. Finché non vi sarà ciò, ogni cosa che abbia valore, e non importa di quale specie sia, saràs empre precaria e in qualunque momento potrà essere distrutta dalla guerra>>.
 
Lord Russell, ma se ci fosse un unico governo mondiale, non ci sarebbe più un nemico esterno. Se la LOGICA, di cui Lei è sommo sacerdote, ha una sua pregnanza, questo comporterebbe la disgregazione della società. Quando infatti non vi fosse nessun nemico esterno, che ispiri la coesione mediante la minaccia del terrore ,il patriottismo non avrebbe più alcun senso ed i vecchi meccanismi psicologici che tengono insieme una società non sarebbero più adeguati. Potrebbe mai persistere una società simile? E se sì, potrebbe essa essere suscettibile di progresso?
 
<<Sono domande assai difficili. In un certo senso è proprio così: uno stato mondiale, quando fosse saldamente stabilito, non avendo da temere alcun nemico, correrebbe il pericolo di disgregarsi per la mancanza di una forza coesiva>>.
 
E allora? Siamo condannati? O guerra o disgregazione sociale?
 
<<No, chiunque di noi speri che, col tempo, sia possibile abolire la guerra, dovrebbe preoccuparsi seriamente del problema di soddisfare in modo innocuo quegli istinti che ereditiamo da lunghe generazioni. Bisogna insomma che il selvaggio che si nasconde in ognuno di noi trovi un qualche sfogo non incompatibile con la vita civile e con la felicità del suo prossimo, egualmente selvaggio>>.
 
Ha delle idee a tale riguardo, Sir?
 
<<Nello sport, nelle rivalità letterarie edartistiche, nella politica costituzionale, la competizione primitiva prende forme che fanno assai poco male, e tuttavia forniscono uno sbocco abbastanza adeguato ai nostri istinti combattivi>>
.
 
Quindi a Suo avviso la politica “gridata” o le rivalità tra gli ultras del calcio in fondo vanno anche bene, purché si fermino al di qua della violenza fisica?
 
<<Dico di più, sono vantaggiose. Immagini che due squadre di calcio finora rivali, sotto l’ispirazione dell’amor fraterno decidessero di collaborare nel porre il pallone prima dentro la rete di unas quadra e poi dentro quella dell’altra, questo fatto non accrescerebbe la felicità di nessuno. La conflittualità, l’emulazione possono essere un incentivo utile. Senza di esse non ci sarebbe progresso e la vita sarebbe finanche noiosa. Ma se non si vuole che esse divengano spietate e dannose, bisogna che la penalità che dovrà pagare il perdente non sia il disastro, come in guerra, o la fame, come nella concorrenza economica non regolata, ma soltanto una “perdita di gloria”. Il calcio non sarebbe uno sport raccomandabile se le squadre battute venissero messe a morte o ridotte alla fame. Così per la politica costituzionale>>.
 
Mettiamo per un attimo che sia possibile un governo mondiale e che esso riuscisse ad evitare la disgregazione sociale, non ci sarebbe il rischio dell’omologazione culturale del pianeta?

<<No, un eventuale governo mondiale dovrebbe basarsi sul metodo della “devoluzione”.  Cioè dovrebbe lasciar liberi i governi nazionali in tutte quelle cose che non hanno a che vedere con la prevenzione della guerra; i governi nazionali, a loro volta, dovrebbero lasciare il massimo possibile di iniziativa e di autorità ai consigli regionali, e questi, a loro volta a quelli circondariali e dei comuni.E poi c’è un’altra condizione necessaria perché il bene della sicurezza mondiale non soffochi quello della diversità e delle tradizioni storiche>>.
 
Quale?
 
<< La piena, assoluta libertà della cultura, dell’arte, delle scienze. Le attività dei governi, cioè dei politici, devono essere limitate solo alle sfere in cui si può supporre che essi abbiano una competenza. E’ deplorevole invece vedere al mondo d’oggi intellettuali che sottoscrivono insensatezze oscurantiste per piaggeria verso politici scientificamente ignoranti, i quali cercano di dare peso e lustro alle loro ridicole decisioni facendo uso del loro potere economico o politico per ottenere l’avallo della cultura>>.
 
Lei mi fa venire inmente la questione del nucleare. Lo sa che in Giappone, a Fukushima, in seguito ad un terremoto, si sono fusi alcuni reattori mettendo a rischio la vita e la salute di milioni di persone per più generazioni? Uno scienziato come Lei, come giudica questa questione?
 
<<Non mi sorprenderei se, in questi giorni, dovesse sorgere un potente movimento antiscientifico, dovuto ai pericoli che derivano alla vita umana dalle fusioni atomiche, o che possono derivarle dalla minaccia di conflitti tra potenze che dispongono della bomba atomica o di armi batteriologiche. Ma alcune cose vanno dette. La quantità di petrolio accessibile al mondo è sconosciuta, ma certamente non è illimitata; già il bisogno di esso è arrivato al punto che c’è il pericolo che contribuisca a determinare una terza guerra mondiale. Se cerchiamo di sostituirvi l’energia atomica, ciò avrà per solo risultato l’esaurimento delle provviste disponibilidi uranio e di torio. Io credo che la risposta vera stia nel cambiare il nostro modo di vivere. Ma se non si vuole che questo cambiamento costituisca un regresso, la scienza è indispensabile>>.
 
E già, maestro.
Vorrei attingere ancora alla sua immensa saggezza, chiedergli tante cose su come ben governare una comunità, dandole la sicurezza delle leggi ed insieme la possibilità di crescere in piena libertà. Ma il Lord canuto comincia a mostrarsi infastidito. Patricia lo aspetta e comincia a dare segni di insofferenza.
 
<<Ora devo andare, mi scusi. Segua le mie conferenze radiofoniche e cercherò di darle altre risposte>>.
 
Ok Lord, ma a me restano pochi minuti, poi tornerò al mio tempo, nella Valle Vivente. Mi sarà impossibile re-incontrarla. Prima di congedarmi, La prego, mi dica solo una cosa. Io sono stato il Sindaco di Realia ed ho cercato di garantire in essa il rispetto delle leggi. La città però si è sentita soffocata dal mio rigore e mi ha rifiutato. Mi aiuti a capire, dove ho sbagliato? La legalità non è apprezzata nella mia valle?
Mi guarda con occhi penetranti, come se volesse dirmi “e che ne so io di Realia?”, ma anche, sornione, “guarda che ho capito bene che tipo sei”. Quindi mi fa:
 
<< Le do uno spunto. Il nostro pensiero politico e sociale è molto portato a cadere in quello che potrebbe essere chiamato “l’equivoco dell’amministratore”. Con questa espressione intendo l’abitudine di considerare una società come se fosse un tutto sistematico, di una specie che si considera buona se, a contemplarla, appare come un modello piacevole di bell’ordine. Ma una comunità non esiste per dare soddisfazione a chi la guardi con un colpo d’occhio dall’esterno, bensì per procurare una vita buona agli individui che la compongono. Credere che possa esservi il bene o il male in un raggruppamento di uomini, sopra ed oltre il bene dei vari individui, è un errore>>.
 
Preso in castagna chino il capo  e faccio per tornarmene mesto al 2011. Poi ricordo un impegno preso col mio amico Gora. Mi giro, lo rincorro. Lord, Lord!
 
<<Sì?>>
 
Gora tiene a che Lei porti i suoi saluti a Patricia. Si addolcisce il vecchio saggio:
 
<<Già Patricia, è stato davvero notevole l’aiuto di mia moglie per la preparazione di queste conferenze, non solo per particolari aspetti, ma anche nei riguardi delle concezioni generali. Ringrazi il suo amico>>.
 
Bertrand Russell l’anno dopo fu coinvolto in un incidente aereo. Si lanciò in mare ed a nuoto raggiunse dopo molte miglia la terra, salvandosi. Aveva già settantasei anni. Nel’52 divorziò da Patricia Spence, sua terza moglie. Riuscì a sposare altre due donne prima di cedere l’anima a Dio (se lo sarà preso?) a 98 anni per una influenza. I testi delle sue conferenze del ’47 alla BBC furono pubblicati nel ’49 a Londra per i tipi di George Allen& Unwin col titolo “Autorità ed individuo”.  Recentemente il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato la ristampa della traduzione italiana del 1980, ed. Longanesi. Ad essa mi sono attenuto.

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17 maggio 2011
Da Milano a Salerno si passa per Cava

Sono appena finiti gli scrutini. Oh bella ciao, l’Italia siè ri-desta.

Milano, Torino, Bologna, Napoli. E poi Salerno. De Luca al75%, il sindaco più votato d’Italia.

L’aspirante principino di Arechi che si pavoneggiava egonfiava il petto borioso, provocando, usando le istituzioni come una clavacontro gli uomini e gli amministratori liberi della intera provincia, è tornatonelle sue reali dimensioni. Piccine piccine. Ora anche a Nocera si combatterà esi può sconfiggere il golpismo strisciante di questo novello Arturo Ui, unamiscela ardita tra Stato ed Antistato. Roba da avventurieri.

Sul piano nazionale una sola considerazione per ora: l’insofferenzaverso il berlusconismo si è manifestata in modo omogeneo in Italia, ma conproposte politiche differenti. Torino col ruolo centrale dei partiti e del PD,Milano col vendoliano Pisapia, Bologna col boom dei grillini, Napoli con DeMagistris che nella sua campagna ha quasi accomunato il PD alla destra, Salernocon l’anomalia De Luca. Un fatto è certo, non c’è ora in Italia nessun partitoguida del Centro Sinistra, né un leader unificante. Nella prospettiva delleelezioni politiche tutto è ancora in gioco e non c’è proprio nessuno che puòimporre il “proprio” leader agli altri. Siamo in campo aperto. Il che comporta vantaggie svantaggi, ma di questo un’altra volta.

E’ tuttavia scontato oggi che io, una volta respirata lanuova aria di libertà a pieni polmoni, ritorni sull’esperienza cavese. Difattici torno. La lingua batte sempre dove il dente duole, purtroppo. Ed a me duoleancora.

Subito dopo la mia pesante sconfitta si affrettarono, isoliti saccenti della sinistra cavese e non solo, a sputare sentenze sulleragioni della debacle. Queste quelle più gettonate, o quanto meno quelle che ioricordi:

  1. Gravagnuolo voleva fare il despota, si era chiuso nel palazzo e non stava “tra la gente”,  la città perciò lo ha rifiutato;
  2. Gravagnuolo voleva importare il modello De Luca, che è in crisi anche a Salerno e che comunque non va bene fuori di Salerno;
  3. Gravagnuolo ha voluto tenere fuori i partiti e lo ha pagato con l’insuccesso elettorale;
  4. La città ha bocciato il progetto di Città proposto da Gravagnuolo;
  5. L’errore di Gravagnuolo è stato di dimettersi.

Questo si disse e si è detto da un anno a questa parte. Tuttepresunte analisi sgamone, tutte fondate sul nulla.

  1. Io un despota? Una cosa è essere antipatici, un’altra è essere antidemocratici. Per quanto mi riguarda io rivendico con forza che non ricordo in vita mia nessuna altra stagione a Cava di così intensa, organizzata, sollecitata partecipazione democratica come è stato durante la mia amministrazione. Il Bilancio sociale e partecipato, il DOS, il PUC, il Centro Commerciale Naturale, lo sport, la cultura, la solidarietà sociale, non c’è stato un solo campo di azione amministrativa che non sia passato per il vaglio del confronto con tutti i portatori di interesse presenti nella nostra comunità. E poi, i giri delle frazioni, gli incontri con i partiti e con i sindacati, le linee dirette in TV e online, l’URP, finanche “mettiamoci la faccia”. Tutto, dico tutto, ogni singola transazione tra Comune e cittadini, anche minima, è stata sottoposta a valutazione da parte degli utenti dei servizi comunali. Non stavo tra la gente? Devo ricordare le innumerevoli occasioni sportive, religiose, sociali, culturali, politiche in cui non ho fatto mancare la mia presenza fisica? Scarpinate in montagna, visita ai disabili nelle colonie estive, giornate intere con gli anziani, giri nelle scuole. No, la verità è un’altra: c’è una piccola oligarchia della politica cavese di centro sinistra, o aspirante tale, che identifica se stessa con “la gente”. In questa singolare interpretazione l’aspirante oligarchia, dal suo punto di vista ha ragione, io non sopportavo di dar conto a loro e di mettermi a contrattare tutti i giorni con loro, chiudendomi in una logica di intrighi. Non stavo tra quella gente, cioè tra di loro.
  2. Io volevo importare il modello De Luca a Cava? Se anche avessi voluto non ce ne erano le condizioni, a partire dall’assenza a Cava di un gruppo dirigente che invece De Luca, quando nel ’93 fu eletto per la prima volta Sindaco, aveva formato e selezionato in un quindicennio di segreteria politica della Federazione del PCI ed in due anni di vice sindacato al Comune. E poi strutturalmente Cava, con il suo maledetto PUT, non aveva  e non ha la possibilità di crescita espansiva, quantitativa oltre che qualitativa, che è stata il perno della progettualità di De Luca. Nei contenuti, nella metodologia, nelle condizioni oggettive, per i miei limiti soggettivi, io ero stato sempre più che consapevole che il “modello De Luca” non fosse importabile a Cava. Magari parecchi Cavesi mi rimproverano e mi rimproverarono di non essere stato all’altezza di quell’immenso sindaco e neanche di Abbro. Ma il tentativo di dipingermi come un deluchino è veramente  falso frutto di una paranoia del pensiero, piuttosto che espressione di capacità di analisi critica.
  3. Io ho pagato perché ho voluto tenere fuori i partiti dalla competizione elettorale? E dove stavano i partiti del centrosinistra se non con me, nelle nostre liste? Fatta salva ovviamente R.C. Non c’erano i simboli sulla scheda elettorale? Non è neanche del tutto vero. Nello stesso giorno si votava anche per la Regione, e lì i simboli c’erano. Mi limito alla considerazione di un partito, il mio di allora, il P.D. Il Partito Democratico in quel giorno a Cava ottenne 6.072 voti, pari al 22,21%. Io, candidato Sindaco, ottenni il 35,8%. Un anno prima, alle provinciali, con una formula di coalizione di partiti, il PD aveva ottenuto in città il 17% circa. Fu ritenuto, quello delle comunali,  dai saccenti, alcuni dei quali avevano votato e fatto votare per la destra, un clamoroso insuccesso. Vedo, a distanza di un anno che in Campania, là dove si è ritenuto di riproporre la formula della colazione dei partiti, è stato un disastro per il centrosinistra. A Napoli Morcone si è fermato al 19.15% , non è passato al ballottaggio ed il PD si è fermato al 16,6% ; idem a Nocera inferiore per lanniello, che come candidato sindaco ha avuto il 17.5%,  con il PD al 10,28%.  Eppure sia Morcone che Ianniello sono due persone stimabilissime e stimate, senz’altro non sospettabili di essere dei “deluchini”. Nessuno ha mai detto o pensato di loro che volevano fare i despoti o che volevano importare il “modello De Luca” nelle loro realtà. Non sarà invece che quella formula ostinatamente alleanzista tra partiti ha fatto il suo tempo qui da noi? A Cava come sarebbe andata con una formula del genere? Nessuno può dirlo, ma un dato c’è: i miei oltre duemila voti in più della somma dei voti dei candidati nelle liste, un valore aggiunto di circa il 4%.
  4. La città avrebbe bocciato il mio progetto. Mbè, forse si potrebbe dire che non sono stato in grado di comunicarlo, questo sì, è possibile. Ma è da una anno e più che siedo sui banchi dell’opposizione in Consiglio Comunale e posso dichiarare senza ombra di dubbio che dei contenuti del nostro progetto di Città di Qualità nessun “eletto” dell’attuale maggioranza, a cominciare dal Sindaco, sapeva e sa nulla. E se non lo sanno loro che sono i rappresentanti dei loro elettori, immaginiamo quanto ne sapessero al momento del voto questi ultimi. Come si può immaginare che hanno votato contro un progetto che non conoscevano? No, il progetto non c’entra assolutamente nulla con la sconfitta, se non per un aspetto. Nel nostro progetto di città non c’era posto per l’abusivismo, per le illegalità diffuse, per le pacchianerie sanfediste, per il lassismo negli uffici comunali. Questo sì, la città non lo ha gradito. E’ amaro dirlo, ma a mio parere è così.
  5. Infine: non dovevo dimettermi. E cosa avrebbe pagato Cava per un mio eventuale incaponimento su quella poltrona? Qualcuno della gioiosa filiera di farabutti avrebbe alzato un dito per salvare l’Ospedale di Cava (sempre ammesso e non concesso che lo abbiano fatto), per la Cavese, per i dipendenti Despar e Silba, per finanziare la realizzazione degli alloggi per la dismissione delle baracche del sisma, per le corse CSTP tagliate e via narrando? Quante ritorsioni avrebbero fatto lorsignori sui Cavesi pur di scaricarne le colpe su di me? E poi, c’è una sola persona a Cava che può giurare onestamente che, non dimettendomi,  sarei arrivato a fine mandato? L’esperienza della vicina Nocera  e quella di Napoli - dove la Iervolino è stata tenuta in piedi solo perché lì ogni consigliere comunale incassa circa 1.800,00 euro mensili, roba che di questi tempi non si trova per terra - mi lascia pensare di no. Sarei stato sfiduciato entro poche settimane. Le avvisaglie già c’erano. Eravamo ormai sedici consiglieri contro quindici in CC ed il mio (nostro) Presidente del Consiglio dieci giorni prima delle mie dimissioni si era già peritato di venire da me a dirmi: ti dimetti tu o ti sfiduciamo noi? A Nocera ed a Napoli Romano e Iervolino hanno tentato di resistere. I risultati sono lì. A Cava sarebbe andata molto peggio, statene certi.

Ma allora perché abbiamo perso? Per l’insufficienza dellamia personalità certo, ma non solo. La ragione principale è che non avevamo ungruppo dirigente orientato al progetto. E’ quello che ti permette di resistereanche quando il vento ti gira contro. E noi fummo investiti da questo vento, oda questo tanfo se volete, ad inizio dell’opera, quando avevamo già colpitoalcuni forti interessi costituiti in città, ma il resto della nostra comunitàancora non vedeva con chiarezza i benefici di questa azione. Avremmo avutobisogno di più tempo. Ma senza un gruppo dirigente forte, coeso, radicato incittà, motivato ai risultati ed anche senza una leadership riconosciuta, iltempo non lo si avrà mai.


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permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 17/5/2011 alle 18:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 aprile 2011
L'assunzione di due dirigenti al Comune era illegittima
Questa mattina ho depositato presso la Procura Generale della Corte dei Conti – Sezione Giurisdizionale della Campania, esposto denuncia relativo alla vicenda dell’assunzione di due dirigenti a tempo determinato da parte del Comune di Cava de’ Tirreni.
Ne allego il testo.


Egr. Sig. PROCURATORE della CORTE DEI CONTI
-Sez. di Controllo per la CAMPANIA -
Via Piedigrotta, 63
80122 NAPOLI

Il sottoscritto Luigi Gravagnuolo, nato a Cava de’ Tirreni (SA), lì 11.02.1951, ivi residente alla Piazza San Francesco, n. 22, consigliere comunale in carica, espone quanto segue:

E S P O S T O

La Giunta Comunale di Cava de’ Tirreni (Sa) con la deliberazione n.136 del 3.6.2010 ha modificato il proprio Regolamento sull’ordinamento dei settori, dei servizi e degli uffici prevedendo nell’art. 9, per gli incarichi dirigenziali a termine, il limite del 9% dei posti di qualifica dirigenziale previsti nella pianta organica e risultanti vacanti . Nella medesima norma regolamentare si dispone che gli incarichi dirigenziali a termine extra dotazione organica possono essere conferiti entro il limite del 5% rispettivamente dei posti di qualifica dirigenziale e dei posti di categoria D previsti nella dotazione organica comunque per almeno una unità . In tal modo l’Amministrazione ha ritenuto di adeguare, l’Ente, dotato di n.6 posti dirigenziali in pianta organica, alle prescrizioni di cui all’art.19 , commi 6 e 6 bis, del D.Lgs. n.165/2001, come modificato dall’art. 40 del D.Lgs n.150/2009.
Giova rammentare che la disciplina della materia trae origine dall’art. 110 del D.Lgs. n.267/2000 e ss.mm.ii. (T.U.E.L.), il quale prevede che la copertura dei posti di responsabili dei servizi e degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione, possa avvenire mediante contratto a tempo determinato di diritto pubblico o, eccezionalmente, di diritto privato.
Tale previsione consente sia la copertura di posti vacanti in organico, sia la copertura di posti al di fuori della dotazione organica; tuttavia solo per il secondo caso il Legislatore prescrive che nell’utilizzo di tale modalità di acquisizione di personale, gli Enti non possano superare la soglia del 5 per cento della dotazione organica della dirigenza e dell’area direttiva.
Il 30.3.2001, però, è intervenuto sulla medesima materia il Decreto Legislativo n. 165, successivamente modificato dal D.lgs. n. 150 del 27.10.2009. Tale norma, all’art.19, co.6, ha fissato le soglie percentuale massime per l’accesso nelle amministrazioni dello Stato di dirigenti a contratto a tempo determinato: 10% per la prima fascia e 8% per la seconda. Infine, con il comma 6 ter, introdotto dall’art. 40 del D.Lgs. n. 150/2009, è stata prevista l’applicabilità di tale disciplina anche agli Enti locali.
Dopo pochi mesi dalla suddetta decisione, la Giunta comunale, con la deliberazione n.343 del 24.11.2010, prendendo atto e dichiarando che l’Ente versava in gravi difficoltà amministrative ed organizzative, con particolare riguardo ai settori amministrativo, tecnico e di vigilanza, ha deciso di procedere al “reclutamento, previo espletamento di selezione pubblica per titoli, di n.1 dirigente dell’area amministrativa con contratto a tempo determinato per la copertura di posto vacante in dotazione organica e di n.1 dirigente dell’area tecnica con contratto a tempo determinato al di fuori della dotazione organica, al fine di far fronte, parzialmente, alle criticità gestionali dovute anche alla grave situazione di scopertura della maggior parte delle posizioni dirigenziali”.
Tanto, con una rozza e strumentale interpretazione della succitata norma e, peraltro, nonostante fosse in corso una procedura ad evidenza pubblica per la copertura a tempo indeterminato dei medesimi posti di dirigente.
* * *
Il sottoscritto, con propria interrogazione formulata nella seduta del Consiglio Comunale del 29.11.2010, ha invitato il Sindaco e la Giunta a ritirare in autotutela i suddetti atti giuntali in quanto irrimediabilmente viziati sotto il profilo della legittimità.
Il medesimo, pressante invito è stato, poi, inutilmente reiterato con la interrogazione presentata nel corso della seduta del consiglio comunale del 10.12.2010.
Tale richiesta si fondava su una razionale lettura dei commi 6 e 6 bis dell’art. 19 D.Lgs. n.165/01, del tutto diversa da quella dell’Amministrazione comunale, confortata dalle pronunce delle Sezioni Regionali di Controllo per il Veneto (231/PAR/2010) e per la Puglia (n.44/PAR/2010) di codesta Ecc.ma Corte dei Conti (recanti una interpretazione favorevole a considerare abrogati dall’art.19 D.lgs. n.165/01, i commi 1 e 2 dell’art.110 T.U.E.L, e ritenere vincolante la percentuale massima dell’8% per l’assunzione di dirigenti a tempo determinato), nonché della intervenuta sentenza della Corte Costituzionale n.324 del 12.11.2010 (con la quale il Giudice delle leggi ha riconosciuto la legittimità costituzionale dell’art. 19 nella parte -co. 6 ter- in cui la sua disciplina è estesa anche a regioni ed enti locali).
Al contrario, il 7.12.2010, la Giunta con delibera n. 379 ha proceduto all’approvazione degli avvisi pubblici per le selezioni per soli titoli per il conferimento di un incarico dirigenziale con contratto a tempo determinato per la copertura del posto di capo di gabinetto e per il conferimento di un incarico di dirigente tecnico, al di fuori della dotazione organica, con contratto a tempo determinato.
Immediatamente dopo, in un inarrestabile ed ingiustificabile crescendo procedurale, l’Amministrazione ha effettuato la pubblicazione degli avvisi approvati; infine, il 24.12.2010 (la vigilia di Natale!) ha pubblicato le graduatorie per i due posti, i cui primi classificati, con determina dirigenziale n.2923 del 29.12.2010, sono stati dichiarati vincitori della selezione ed assunti in servizio.
Eppure il Collegio dei Revisori (nota n.75229 del 20.12.2010) ed addirittura l’Assessore al Bilancio (nota n.75519 del 21.12.2010) avevano segnalato al Sindaco ed alla Giunta profili di illegittimità della delibera di G.C. n.379/2010, ritenendola non conforme ai principi enunciati nel D.Lgs. n.150/2009 anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.324/2010 e pertanto aveva formulato invito “a rivedere la delibera in oggetto ed eventualmente a correggere la stessa, ovvero a fornire gli opportuni ragguagli confortanti del principio seguito”.
A tali note avevano risposto con nota congiunta (n.76035 del 22.12.2010) il Sindaco ed il Vice-Sindaco rivendicando la legittimità del richiamato atto giuntale sotto il profilo della persistenza, nonostante l’avvento del D.Lgs. n.165/01 e del D.Lgs. n.150/09, della disciplina di cui all’art.110, commi 1 e 2, circa la dirigenza a contratto a tempo determinato degli enti locali.
Tale riscontro, tuttavia, non era stato ritenuto “confortante” dal Collegio dei revisori, il quale (nota n.76660 del 27. 12.2010) aveva invitato l’Amministrazione comunale almeno a subordinare, cautelativamente, la definitiva efficacia degli atti alla attesa sentenza delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti, sollecitate in tal senso dalla Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte.
Tutto inutilmente, perché, come narrato, del tutto pervicacemente, irragionevolmente ed illegittimamente, il Sindaco e la Giunta Comunale hanno provveduto all’assunzione a tempo determinato di due dirigenti, di cui uno per la copertura di un posto (dirigente tecnico) non previsto in pianta organica.
* * *
L’8 marzo 2011 le Sezioni Riunite in sede di controllo di Codesta Ecc.ma Corte hanno depositato le pronunce n. 12, 13 e 14 sulle questioni ad esse deferite rispettivamente dalla Sezione regionale di controllo per il Friuli Venezia Giulia , dalla Sezione regionale di controllo per il Piemonte, nonché dalla Sezione regionale di controllo per il Molise.
I casi giuridici sottoposti dalle tre Sezioni sono quasi identici e riguardano il tema in argomento, cioè il conferimento di incarichi dirigenziali a tempo determinato.
Le succitate Sezioni di controllo, infatti, hanno investito le SS.RR. delle questioni inerenti: l’incidenza dell’art. 19, commi 6 e 6 bis, D.Lgs. 165/01, come modificato dall’art. 40 D.Lgs. 150/09 sulla previdente disciplina ex art.110 T.U.E.L., con particolare riguardo alla sussistenza o meno per gli enti locali del vincolo delle soglie percentuali massime di cui all’art. 19, commi 6 e 6 bis (SS.CC. Friuli e Piemonte) ed alla ammissibilità dell’affidamento di un incarico dirigenziale al di fuori della dotazione organica (S.C. Molise).
Le On.li SS.RR., nelle richiamate pronunce, innanzitutto si sono positivamente espresse sull’ammissibilità dei quesiti, in quanto inerenti una materia, quale quella sul personale, “connessa alle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche nel quadro di specifici obiettivi di contenimento della spesa sanciti dai principi di coordinamento della finanza pubblica ed in grado di ripercuotersi direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’ente e sui pertinenti equilibri di bilancio” (14/CONTR/11).
Sul tema, il massimo Giudice Contabile ha avuto modo di chiarire che “l’attuale vigenza o meno della specifica disciplina dettata dall’art.110, commi 1 e 2 del TUEL, con riferimento in particolare alla possibilità di continuare ad effettuare conferimenti di incarichi dirigenziali ad di fuori della dotazione organica, presenta evidenti riflessi di diretta incidenza anche sulla sana gestione finanziaria e sulla tenuta degli equilibri di bilancio”. (12/CONTR/11).
Circa il merito delle questioni devolute, in primis, ha evidenziato che l’art.40 del D.lgs. n.150/09 ha sancito l’applicabilità della disciplina sulla dirigenza a contratto alle amministrazioni di cui all’art.1, co.2, del d.lgs. n.165/01, tra cui vi sono anche gli enti locali.
Invero, secondo le SS.RR. “si considerano direttamente applicabili le norme che contengono i principi di carattere generale” e “le disposizioni dettata dall’art.19, comma 6 e 6-bis del d.lgs. 165/2001 debbano essere considerate espressione di principi di carattere generale discende, in primo luogo, dalla interpretazione data dalla Corte Costituzionale nella recente sentenza n.324/2010”, pertanto “appare coerente con l’interpretazione accolta dalla Corte Costituzionale ritenere che siano immediatamente vincolanti per gli enti territoriali.” (12/CONTR/11).
Il medesimo On.le Magistrato ha quindi affrontato il nodo della compatibilità tra la disciplina ex art. 19, comma 6 e ss. D.Lgs. n.165/2001 e 40 D.Lgs. n.150/2009 e quella previgente di cui all’art.110 D.Lgs. n.267/2000, in relazione alle percentuali applicabili ed alla possibilità di conferire incarichi ad di fuori della dotazione organica.
Sul primo punto, dichiarando di condividere l’orientamento seguito dalle Sezioni di controllo per la Puglia e per il Veneto e quindi di ritenere vincolanti per gli enti territoriali le soglie percentuali massime indicate dall’art. 19, comma 6, ha sancito che “considerato che la contrattazione collettiva di comparto non prevede la distinzione tra dirigenza di prima e di seconda fascia, appare ragionevole applicare la percentuale dell’8%, in considerazione del fatto che la percentuale più elevata è prevista per la dirigenza statale di prima fascia, ovvero addetta ad uffici di livello dirigenziale generale, che non trova previsione equipollente nell’amministrazione locale”. (n.12 e n.13/CONTR/11).
Conseguentemente, ha anche chiarito che “va esteso agli enti locali il meccanismo di computo dei limiti percentuali della dotazione organica (art. 19, comma 6-bis del d.lgs. 165/2001) che, superando le precedenti incertezze, ha definitivamente previsto le modalità applicative in base alle quali il quoziente derivante dall’applicazione di tale percentuale, deve essere arrotondato all’unità inferiore, se il primo decimale è inferiore a cinque, o all’unità superiore, se esso è uguale o superiore a cinque.” (n.12 e 13/CONTR/11).
Sulla seconda questione, le SS.RR. pur ritenendo non abrogata dall’art. 19 cit. la disciplina di cui all’art. 110, comma 2 del TUEL, hanno puntualizzato che il conferimento di incarichi dirigenziali a contratto al di fuori della dotazione organica deve essere volto “a sopperire ad esigenze gestionali straordinarie che, sole, determinano l’opportunità di affidare funzioni, anche dirigenziali , extra dotationem e quindi al di là delle previsioni della pianta organica dell’ente locale che, invece, cristallizza il fabbisogno ordinario di risorse umane.” (n.14/CONTR/11).
* * *

Alla luce dell’art. 19, commi 6, 6-bis e 6-ter del D.Lgs. 30.3.2001 n.165, come modificato dall’art. 40 del D.Lgs. 27.10.2009 n.150, nonché delle riportate pronunce nn.12, 13 e 14 dell’8.3.2011 rese dalle Sezioni Riunite della Corte dei Conti, come dal sottoscritto, dal Collegio dei Revisori del Comune di Cava de’Tirreni e dall’Assessore al Bilancio del medesimo ente inutilmente denunciato, appaiono del tutto illegittimi, nonché lesivi degli interessi del Comune sotto il profilo contabile, i seguenti atti adottati dall’Amministrazione comunale:
1) deliberazione della G.C. n.136 del 3.6.2010, recante la modifica del regolamento comunale sull’ordinamento dei Settori, dei Servizi e degli Uffici, nella parte (art.9) in cui la soglia percentuale massima per il conferimento di incarichi di dirigenza a tempo determinato è stata innalzata (dal 5%) al 9% della dotazione organica dirigenziale, in quanto superiore al tetto massimo dell’8% previsto dalla norma per gli enti territoriali;
2) deliberazione della G.C. n.343 del 24.11.2010, avente ad oggetto la decisione di procedere “al reclutamento…di n.1 dirigente dell’area amministrativa con contratto a tempo determinato per la copertura di un posto vacante in dotazione organica e di n.1 dirigente dell’area tecnica con contratto a tempo determinato al di fuori della dotazione organica” ” e la indizione di procedura selettiva ad evidenza pubblica, in quanto, riportando la dotazione organica del Comune n.6 posti per dirigenti, il conferimento di incarichi dirigenziali a tempo determinato non poteva essere ammesso per una unità a copertura di posto vacante in pianta organica in dotazione organica ed inoltre perché la sussistenza di esigenze gestionali “straordinarie” –conditio sine qua non per l’affidamento di funzioni dirigenziali extra dotationem- non sussisteva all’atto dell’assunzione della suddetta delibera, né è concretamente rinvenibile nella lettera della stessa;
3) deliberazione della G.C. n.379 del 7.12.2010 di approvazione degli avvisi pubblici per le selezioni pubbliche finalizzate all’assunzione dei due dirigenti a contratto, in quanto scaturente da atti irrimediabilmente viziati.
4) determina dirigenziale n.2923 del 29.12.2010 di proclamazione dei vincitori della selezione pubblica per l’individuazione dei suddetti due dirigenti e di ogni altro atto ad essa presupposto, connesso e conseguente, compresi i contratti sottoscritti dai professionisti così individuati, in quanto scaturenti da atti irrimediabilmente viziati.
* * *
Per effetto di quanto precedentemente descritto, voglia la S.V. tempestivamente intervenire affinché il grave ed illegittimo comportamento posto in essere nella vicenda narrata dall’Amministrazione comunale di Cava de’ Tirreni possa cessare, evitando un cattivo utilizzo di risorse pubbliche direttamente e negativamente incidente sulla sana gestione finanziaria dell’ente e sui pertinenti equilibri di bilancio del Comune, con inevitabile ricaduta sugli interessi dell’intera comunità cavese.
Cava de’ Tirreni, 6 aprile 2011

Si allegano:
1) deliberazione della G.C. n.136 del 3.6.2010 con schema del regolamento comunale sull’ordinamento dei settori, dei servizi e degli uffici modificato;
2) deliberazione della G.C. n.343 del 24.11.2010 recante la decisione di ha deciso di procedere al “reclutamento, previo espletamento di selezione pubblica per titoli, di n.1 dirigente dell’area amministrativa con contratto a tempo determinato per la copertura di posto vacante in dotazione organica e di n.1 dirigente dell’area tecnica con contratto a tempo determinato al di fuori della dotazione organza, al fine di far fronte, parzialmente, alle criticità gestionali dovute anche alla grave situazione di scopertura della maggior parte delle posizioni dirigenziali” e l’indizione della connessa procedura ad evidenza pubblica;
3) interrogazione consiliare del sottoscritto al Sindaco del 29.11.2010.
4) deliberazione della G.C. n.379 del 7.12.2010 di approvazione degli avvisi pubblici per le selezioni per titoli per il conferimento dei due incarichi dirigenziali;
5) interrogazione consiliare del sottoscritto al Sindaco del 10.12.2010;
6) nota del Collegio dei Revisori del Comune di Cava de’ Tirreni n. 75229 del 20.12.2010;
7) nota dell’Assessore comunale al Bilancio, dott. Alfonso Laudato, n.75519 del 21.12.2010;
8) nota di riscontro del Sindaco e del vice Sindaco n. 76035 del 22.12.2010.
9) nota di replica del Collegio dei Revisori n. 76660 del 27.12.2010;
10) determina dirigenziale n.2923 del 29.12.2010 di proclamazione dei vincitori delle selezioni e di assunzione in servizio.


Dott. Luigi GRAVAGNUOLO
Consigliere comunale di Cava de’ Tirreni



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10 marzo 2011
Caso CO.FI.MA. - Esposto Denuncia alla corte dei Conti
Sig.Procuratore
Corte dei Conti
Via Piedigrotta, 63
80122 NAPOLI

Il Sindaco e il Consiglio Comunale di Cava de’ Tirreni, contrari tra i presenti solamente i consiglieri Luigi Gravagnuolo, Nunzio Senatore e Sabato Sorrentino, in data 11.11.2010, atto deliberativo n.87 (alligato n.1), con un farneticante e sicuramente fantasioso proclama hanno deliberato di acquisire l’ex Cofima (impianto industriale dismesso) posto nella zona ASI del Comune di Cava de’ Tirreni per la cifra di € 3.500.000 circa, senza che l’investimento fosse stato precedentemente previsto nei piani sia annuale che triennale.
Il bene in oggetto rientrava nel fallimento Cofima, Tribunale fallimentare di Salerno n.22/88, e per la sua valutazione diversi consulenti tecnici, sia C.T.U. che C.T.P., negli anni erano intervenuti, dando indicazioni non univoche. Ma il Comune, nonostante le diversità delle stime tecniche, mai ha prodotto una propria stima del valore dell’immobile.
In data 10 novembre 2010 si riuniva il Collegio dei Revisori dei Conti, vebale n.11 (all. n.2) che esprimeva, in previsone del CC dell’11.11.2010, il seguente parere sulla “partecipazione all’asta pubblica per l’acquisto dell’ex Cofima”: <…raccomanda, che ai fini dell’equilibrio di bilancio è necessario prevedere, fin d’ora, che una presunta operazione di massimo 5.000.000,00 di euro, si debba prevedere una riduzione di spesa corrente o un incremento di entrate tali da fronteggiare una spesa corrente annua di euro 400.000,00, per l’operazione in esame. Inoltre, nella relazione si evidenzia che l’operazione stessa possa pregiudicare il rispetto dei limiti del patto di stabilità….>.

Non è stato mai chiarito quale è il fine dell’acquisto dell’area ex Cofima.
Da premettere che il fabbricato, individuato dalla p.lla catastale n.1945 del f.16, ricade in zona D4 dell’ASI dove sono ammesse solo piccole industrie, artiginato e attività terziarie (certificato di destinazione urbanistica con foto aeree, all. n.3).
Nel verbale, alligato, della suindicata adunanza consiliare, si formulano le più diverse e disparate ipotesi per l’utilizzazione dell’area che ricade in zona ASI: a) area movida; b) case, anche in vista dell’allora emananda legge regionale cd. Piano Casa, ma senza indicare i fondi né i finanziamenti a cui attingere, né, se mai ce ne fossero stati, gli eventuali progetti esistenti, con l’indicazione degli interessati-proponenti; c) imprese; d) uffici comunali; e) addirittura la localizzazione, sul suolo ex Cofima, di un nuovo ospedale a costruirsi anche con l’istituzione di una Fondazione che comprenda soggetti pubblici e privati (delibera di Giunta del 02.12.2010 n.360, all. n.5), in netto e totale contrasto col Piano di ristrutturazione e di riqualificazione della rete ospedaliera predisposta dal Sub Commissario ad Acta per la prosecuzione del Piano di Rientro del Settore Sanitario, dott. Giuseppe Zuccatelli (in stralcio, all. n.4) che prevede espressamente l’accorpamento dell’ospedale di Cava de’ Tirreni, S. Maria dell’Olmo, all’Azienda Ospedaliera Universitaria Ruggi d’Aragona e al Presidio ospedaliero Villa Malta di Sarno. Ma in ogni caso, a detta del Sindaco, come leggesi nel verbale di cui al CC, ogni singola fantasiosa eventuale utilizzazione <…sarà una grande operazione per la città>.
Inoltre tutti gli interventi prospettati sono difformi dalle normative urbanistiche vigenti (PRG) e in fieri (PUC).

Il Comune ha dovuto accedere ad un mutuo per poter acquisire l’area ex Cofima e ha “scelto” per tale operazione il Monte dei Paschi di Siena, già suo tesoriere.
Il mutuo suddetto è stato contratto in violazione del Dlg 163/06 (codice dei contratti).
Il mutuo non poteva essere contratto direttamente e senza gara col MPS perché di €4.644.000; facente parte, quindi e senza ombra di dubbio, della categoria dei “contratti di rilevanza comunitaria” rientrante tra i servizi di natura finanziaria indicati nella categoria 6 dell’allegato IIA del Codice.
Per il contratto in esame, la soglia di rilevanza comunitaria è fissata ai sensi dell’art.28, comma 1, lett. b) del Dlg. n.163/06, in € 211.000,00.
Ancora: l’art.29, comma 12 del Codice, per i servizi bancari e finanziari, individua, quali elementi da assumere a base del valore stimato dall’appalto, gli onorari, le commissioni, gli interessi e altre forme di remunerazione. I soli interessi per il mutuo in esame (senza cioè tener conto degli onorari, delle commissioni e delle altre forme di remunerazione) calcolati prendendo a riferimento un prestito ventennale a tasso fisso erogabile dalla Cassa DD.PP, ammonterebbe ad € 2.644.876,00.
Solamente la Cassa Depositi e Prestiti, ente finanziario controllato al 70% del capitale sociale dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e al 30% da diverse fondazioni bancarie, non partecipa alle gare per la concessione dei mutui perché trattasi di organismo di diritto pubblico (art.19, comma 2 del Codice), che fornisce un servizio di interesse pubblico con criteri di universalità ed uniformità di trattamento e pertanto con condizioni non negoziabili.
Pertanto il Comune non poteva stipulare direttamente e senza gara europea il mutuo con il proprio tesoriere Monte dei Paschi di Siena.
D’altronde, l’art 14 della convenzione di tesoreria (all. n.6) erroneamente invocata a supporto dell’operazione in palese violazione di legge, prevede che il tesoriere abbia facoltà di concedere mutui alle stesse condizioni offerte dalla Cassa Depositi e Prestiti “ nel rispetto della normativa vigente”. E non avrebbe potuto essere altrimenti, in quanto, diversamente, la stessa convenzione di tesoreria sarebbe stata illegittima.
Ma la Cassa Depositi e Prestiti, nel rispetto della normativa, a tutela dell’investimento e a garanzia dei cittadini, avrebbe preteso che il Comune comunicasse e fornisse particolareggiata e specifica documentazione in merito alla destinazione dell’area ex Cofima, e alle possibili e legittime realizzazioni. Ma poiché il Sindaco e il Consiglio Comunale vagheggiano ancora le più disparate opzioni, hanno deciso di non rivolgersi alla Cassa Depositi e Prestiti per ottenere la somma di denaro loro occorrente e di stravolgere le norme dell’indebitamento dell’ente, perché allo stato si ha solamente la certezza dell’ammontare dell’indebitamento, ma non quella dei presunti, pretesi benefici attesi.
Con determina dirigenziale 1° settore, Affari Generali-legali-economico finanziario, del Comune di Cava n.2559 del 17.11.2010 (all. n.7) si procedeva alla costituzione del deposito cauzionale mediante assegno circolare n.t. dell’importo di € 324.000,00 intestato a procedura fallimentare n.22/88, per la partecipazione all’asta pubblica.
In data 25.11.2010, con verbale n.13 (all. n. 8), il Collegio dei Revisori dei Conti, in previsione della proposta di deliberazione di CC su “Presa d’atto aggiudicazione lotto unico fallimento COFIMA”, pur ribadendo tutte le deduzioni riportate nel verbale n.11 (all. n. 2), visto il verbale di vendita del Tribunale di Salerno, sez. fallimentare, vista la proposta di variazione di bilancio e quant’altro, esprime parere favorevole alla ratifica della stessa variazione.
Il CC in data 29.11.2010 con delibera n. 97 (all. n. 9), ad oggetto “Presa d’atto aggiudicazione lotto unico fallimento COFIMA. Provvedimenti”, con il voto contrario tra i consiglieri presenti di Luigi Gravagnuolo, Pasquale Scarlino, Nunzio Senatore, Vincenzo Servalli e Sabato Sorrentino, <…prendeva atto dell’aggiudicazione, provvisoria, in favore del Comune di Cava de’ Tirreni del lotto unico appartenente al Fallimento n.22/88 della CO.FI.MA…>; e deliberava <….di dare mandato al Sig. Sindaco e al Dirigente del I Settore,…, di procedere, …., alla contrazione del mutuo dell’importo di €4.644.000,00 per la durata di anni 20 a tasso fisso – con decorrenza dell’ammortamento del 1° gennaio 2011- avvalendosi del tesoriere comunale dei Monte dei Paschi di Siena spa, a norma dell’art.14 della Convenzione di tesoreria,…., nel rispetto della normativa vigente ed alle medesime condizioni offerte dalla Cassa Depositi e Prestiti,…>.
In data 29.12.2010 con Determina n.2922 (all. n.10) del Dirigente del 1° Settore, Affari generali-legali-economico finanziario, il Comune di Cava contrae con il Monte dei Paschi di Siena spa mutuo di €4.644.000,00 per l’acquisto dell’immobile ex Cofima, per la durata di 20 anni, con decorrenza 01.01.2011 a tasso fisso e, altresì, impegna la spesa presunta pari a € 2.000.000,00 per la stipula del contratto di mutuo in forma pubblica.

Gli atti della procedura di acquisizione del mutuo sono, quindi, viziati da palese violazione di legge e vanno annullati.
Pertanto si invoca
un intervento di codesto Ufficio perché tutto possa essere incanalato nel rispetto delle leggi.
Luigi Gravagnuolo
Consigliere Comunale
Comune di Cava de’ Tirreni

Si alligano in copia:
1- Deliberazione n. 87 del CC del 11.11.2010;
2- Verbale n.11 del 10.11.2010 del Collegio dei Revisori dei Conti;
3- Certificato destinazione d’uso fabbricato ex COFIMA , p.lla catastale n.1945 del f.16;
4- Stralcio Piano di riassetto della rete ospedaliera di cui al Decreto n. 49 del 27.9.10 del Sub Commissario ad Acta per la Prosecuzione del Piano di Rientro del Settore Sanitario, dott. Giuseppe Zuccatelli;
5- Deliberazione n.360 del CC del 02.12.2010 “Realizzazione nuova struttura ospedaliera”;
6- Convenzione per la gestione servizio di tesoreria tra Comune di Cava de’ Tirreni e la Banca Monte dei Paschi di Siena spa;
7- Determinazione dirigenziale 1° Settore n.2559 del 17.11.2010;
8- Verbale n.13 del 25.11.2010 del Collegio dei Revisori dei Conti;
9- Deliberazione n.97 del CC del 29.11.2010;
10- Determinazione dirigenziale 1° settore n.2922 del 29.12.2010. 

6 marzo 2011
IL PD? Era un elemento di freno

Intervista rilasciata ad Antonio Di Giovanni e pubblicata parzialmente su ROMA-Cronache del Mezzogiorno del 5 marzo 2011


Con Luigi Gravagnuolo,già Sindaco di Cava de’ Tirreni, oggi in Consiglio Comunale   Consigliere di riferimento di “Citta’Democratica”,  associazione politico-culturale e laboratorio politico della futura classe dirigente delCentro-Sinistra, cerchiamo di approfondire  alcune tematiche cittadine.

Dott. Gravagnuolo, primadi tutto cos’è  “Città Democratica” equali i suoi obiettivi?

E’ una domanda che sarebbe più giusto rivolgere al suoportavoce, Enzo De Tommasi, eletto lo scorso 13 febbraio.

Ad ogni buon conto, Città Democratica  ha fatto i primi passi dopo la sconfittaelettorale del marzo scorso come una aggregazione, allora ancora informe,  di quanti,  appartenenti a formazioni politiche diverse oa nessun partito, si proponevano di proseguire nell’impegno civico per quella“città di qualità” per la quale ci eravamo battuti dal 2005 in poi. Il casovolle che, praticamente in contemporanea ai nostri primi incontri, si sarebbesvolto il congresso di circolo del PD, per cui quanti di noi eravamo iscritti alpartito, facemmo di quel proposito anche l’oggetto della nostra battagliacongressuale, ottenendo quasi il 50% dei consensi e comunque la maggioranzarelativa dei voti. Ciò ha fatto si’ che tanti confondano tuttora CD per unacostola più o meno inquieta del PD.

Da novembre scorso abbiamo comunque deciso di costituirci “formalmente”come associazione, ci siamo dati uno statuto, lo abbiamo registrato, abbiamoaperto una nostra “sede virtuale” (www.cittademocratica.it)ed operiamo per sollecitare riflessioni, organizzare seminari di formazione,sviluppare dibattiti, finanche ritrovarci in momenti di tempo libero per visitedi tipo culturale o ambientale. Lo facciamo autonomamente dai singoli partiti,ma non contro o in competizione con essi.


Il PD, Lei lo halasciato all’indomani della Sua non rielezione, i motivi che lo hanno spinto a tale gesto.

Non ho lasciato il PD all’indomani della mia sconfittaelettorale, ma dopo alcuni mesi, ad ottobre scorso, perché non ero più convintodell’utilità del mio impegno in quella sede. Sul piano nazionale guardo ancoracon attenzione e speranza, anche se non con certezze, al Partito Democratico.Ma è da tempo ormai che i circoli locali dei partiti non incidono per nulla sullescelte politiche nazionali. Stare quindi nel PD per poter partecipare alle suescelte nazionali è puro, ingenuo desiderio. Resta il piano locale, sul quale èfondamentale la condivisione per lo meno di massima degli obiettivi con glialtri compagni di partito. Per essere pratici, uno in un partito ci sta operché lo vuole utilizzare per se stesso, come un tram per arrivare dove lo spingonole sue ambizioni personali, e non è mai stato il mio caso, meno che mai oggiche ho riposto ogni velleità per il mio futuro; oppure perché lo ritiene unostrumento utile per portare avanti un progetto collettivo. Sotto questoriguardo, nell’autunno scorso, in seguito a quanto avveniva da mesi nel circolocavese del PD, mi sono convinto, e lo sono ancora, che il PD fosse diventatopiù un elemento di freno che di lotta per quel progetto di città al quale io etanti altri amici crediamo. Cosa avrei dovuto restarci a fare?


Il nuovo  Segretario del PD Galdo secondo Lei riuscirà a“ricucire” tra le varie componenti del partito?

Non lo so, né mi piace intervenire in faccende che ormai nonmi riguardano e non devono riguardarmi. Mi auguro solo che il PD voglia farcapire ai nostri concittadini quali idee ha per Cava, oltre a quella di volersicoalizzare con altri partiti per proporsi  alla guida della città stessa.  E spero che quando si sarà e ci avrà chiaritole idee, possano rinvenirsi  ampi puntidi convergenza per condurre insieme battaglie  di trasformazione della città.

 

Millennio. La Sua opinione sullemanifestazioni celebrative e il suo impatto sulla cittadinanza, anche alla lucedelle recenti  dichiarazioni del dr.Cicco.

Non conosco bene questo signore dall’aria vagamentemefistofelica e non so cosa sia andato dichiarando. L’ho incontrato solo duetre volte negli anni scorsi, durante il mio sindacato. Si proponeva a me comeeventuale destinatario di un incarico.  Quandorealizzò che non c’era trippa per gatti, scomparve.

Sul Millennio in quanto tale io mi sono imposto il silenziodurante tutto il 2011, riservandomi di intervenire solo a partire dal primo gennaio 2012. Ho dedicato troppa passione aquesto evento per poter solo immaginare di disturbare in corso d’opera ilmanovratore con polemiche politiche. Ho tuttavia con me ben custodita tutta ladocumentazione che attesta della mia progettazione, documentazione disponibileanche in Comune, se non è stata gettata in un cestino. Ne riparleremo tra diecimesi.


Metellia,SE.TA, tempidifficili per le società partecipate …

Alla Metellia i miei avversari, dopo aver fatto ignobiledemagogia in campagna elettorale sui presunti costi “elevati” del CdA, che aloro avviso erano la vera motivazione delle tariffe per i parcheggi, una voltagiunti alla guida della città, hanno quasi raddoppiato i compensi agliamministratori ed aumentato le tariffe ... La società è  tuttavia  sana e  ciò  testimonia di quanto fossero strumentaliquelle analisi pseudo-finanziarie che avevano indotto l’Amministrazione appenainsediatasi ad avviare le procedure della sua liquidazione.

SE.TA.: è una società partecipata dal Comune ed in cui èpresente un socio privato, la GESENU, acquisito con trattativa privata a fineanni novanta. Per queste società,  findal 2009,  le norme dicevano chiaramenteche al 31 dicembre del 2010 avrebbero ipso facto perso le committenzepubbliche. Le stesse norme prescrivono inoltre che al 31 dicembre 2011 analogacessazione delle  committenze ope legisci sarà per le società al 100% pubbliche o in cui non sia presente unacomponente privata selezionata ad evidenza pubblica e che detenga minimo il 40%delle azioni societarie.

Per salvare la società sarebbe occorso dunque liquidare ilsocio privato entro il 31 dicembre del 2010, quindi pubblicare un bando peracquisire un nuovo partner privato, ma questa volta selezionato ad evidenzapubblica. Io avevo avviato per tempo le procedure per rendere entro il 2010 lasocietà al 100% pubblica, come primo passo per pubblicare poi nel 2011 il bandoper la selezione di un nuovo partner privato.

Questa cosa fu chiaramente rappresentata al Sindaco,all’indomani del suo insediamento, dall’ex Presidente, della SE.TA. dott. DiegoPolizio, un galantuomo. La risposta del Sindaco fu la rimozione di Polizio el’abbandono di ogni procedura già avviata per la pubblicizzazione della società,col recondito pensiero, a mio avviso, di trasferire dipendenti e committenza allaEcoambiente provinciale. Proposito peraltro del tutto velleitario.

A novembre scorso, dico a novembre (sic!), a un mese cioèdella decadenza per legge della committenza alla SE.TA. del servizio diraccolta e rimozione dei rifiuti in città, l’Amministrazione si è resa contoche la sua insipienza stava facendo saltare il banco  ed ha fatto una corsa contro il tempo per lapubblicizzazione della società, senza peraltro riuscirci. Ad oggi la societàsta continuando a svolgere quindi le sue mansioni sine titulo, in quanto lacommittenza per legge è decaduta al 31 dicembre scorso.

Fossi nel Sindaco, piuttosto che fare appelli improbabili alPrefetto perché gli sbrogli la matassa, chiederei scusa alla città ed aidipendenti della SE.TA.

 

Il Sindaco Galdi haannunciato la realizzazione del nuovo ospedale nell’area ex COFIMA. Qual è la sua valutazione?

E’ l’ammissione del fallimento delle sue iniziative per lasalvezza dell’Ospedale oggi esistente, alcune delle quali inverofolcloristiche. Considerando che non è riuscito a salvare che poca roba e si è visto smembrare sotto gli occhi il nostro nosocomio, per riparasi dallecritiche inevitabili sul suo operato, annuncia un nuovo improbabile ospedaleall’uscita della autostrada. Lo stesso Sindaco sa bene che non esistono lecondizioni minime, né di tipo urbanistico, né di disponibilità di spazi per la realizzazione di un ospedale su quel suolo. Tirando la corda all’estremo neverrebbe fuori in tempi biblici un ospedaletto da massimo 120 posti letto,quanti ce ne sono oggi al Santa Maria Incoronata dell’Olmo, che peraltro ècollocato in posizione migliore per poter servire l’utenza della Costiera e della parte nord di Salerno. Qualcuno può spiegarci il senso della chiusura diun ospedale  da 120 posti, esistente edattivo da cinquecento anni,  percostruirne un altro delle stesse dimensioni a un chilometro di distanza? Epotrà mai l’ASL, alle prese con il suo deficit spaventoso, investire in similesciocchezza? O il Comune, già candidato dal Sindaco a fare l’albergatore ed ilbiscazziere di case da gioco, immagina di sottrarre le competenze in materiasanitaria alla Regione e di costruirsi a proprie spese un ospedale? Diciamocelatutta, alla fine, se andrà bene, avremo una clinica privata,  mentre il nostro ospedale pubblico sarà statodefinitivamente chiuso. E’ appena il caso di aggiungere che, per renderepossibile la realizzazione di una clinica privata,  sarebbe bastato procedere con l’adozione delmio P.U.C., che ne contemplava la possibilità.

C’è dell’altro. Il fumo sul possibile futuro ospedale, servea coprire anche una scelta scellerata compiuta lo scorso novembredall’Amministrazione Galdi, cioè l’acquisto per oltre quattro milioni di eurodell’area ex COFIMA senza che la stessa Amministrazione avesse la benché minimaidea di cosa potesse farne. Nel giro di poche ore il Sindaco in prima personaannunciava prima una piazza in quel posto, poi la realizzazione delle nuovesedi delle società partecipate, poi case popolari, infine l’ospedale. L’unicacosa certa è che i cittadini di Cava sono stati indebitati per una cifra enorme, che da sola rischia di far sballare i conti del Comune nel 2011, per uncapriccio incomprensibile dei suoi attuali amministratori.

 

Disoccupazione, sicurezza,bullismo, anche Cava non ne sembra più immune ...

Cava non sta sulla luna, ma in Campania. I fenomeni da Leicitati non sono estirpabili in toto, ma senz’altro sarebbero arginabili. Ilfatto è che per farlo occorrerebbe far leva sulla cultura delle regole. E comepuò farlo un’amministrazione che è espressione proprio di quanti vivono concrescente insofferenza il loro rapporto personale con le regole civili, quellecioè che ti obbligano a rispettare i diritti degli altri prima ancora dei tuoi?

 

Infine una sua considerazione sull’operatodell’Amministrazione Galdi fino ad oggi .

Finora la confusione ha regnato sovrana. Ora pare che quantomeno si stiano ponendo il problema di darsi una programmazione ed una strategia.Se però esse sono incardinate, come pare, su clamorose prese in giro, tipo ilnuovo ospedale, o la Casa da Gioco stile Las Vegas, non credo che tale programmazione possa riuscire a portare lanostra città fuori dal suo declino. Un declino  in corso  ormai da più di un trentennio,  per far fronte al quale occorrerebberivolgersi a competenze diverse da quelle buone  per fare cabaret.


13 febbraio 2011
Concita Presidente
Volutamente scrivo prima di aver sentito alcun notiziario sulla manifestazione romana “Se non ora quando?”, tenutasi a Piazza del Popolo questo pomeriggio e dalla quale sono appena rientrato.  Non voglio infatti essere indotto a ri-leggere questa giornata con le lenti dei tanti occhi diversi dai miei, che la staranno raccontando sulle tv e sul web, cosa che pure farò tra poco. Prima, però, voglio raccontarvi la piazza per come l’ho vista io.
Ci sono arrivato a piedi, da Villa Borghese, e già dal Pincio, erano le 15,00 circa, si cominciava a “sentire” la presenza della gente in piazza. Più mi avvicinavo al terrazzo del Pincio, più mi convincevo che la manifestazione era pienamente riuscita. Mi affaccio e vedo un mare umano, una cosa impressionante. Se volevi infilare uno spillo lì dentro avresti avuto difficoltà a trovargli lo spazio.
Avevo dato appuntamento a degli amici e delle amiche, addirittura sprovvedutamente a due gruppi diversi, convinto che mi sarei potuto muovere da una parte all’altra della Piazza con relativa facilità. Macché. Provo ad entrare in Piazza del Popolo dalle scalette a destra della terrazza, impossibile. Ripiego quindi sul più largo Viale D’Annunzio a sinistra e riesco, in fila indiana a raggiungere la piazza, poco prima dell’incrocio con via del Babuino. Di qui spontaneamente, istintivamente si formavano serpenti di persone che si tenevano una mano sulla spalla, come quando nelle feste si fa il trenino, e che a fatica fendevano la folla. Era l’unico modo per spostarsi. Arrivato all’incrocio con via del Babuino, decido di imboccarla per cercare di aggirare il muro umano e tentare una penetrazione verso il palco (al gazebo verde avevo il primo appuntamento) entrando  dalla Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, alla quale conto di arrivare per  Via del Corso. Niente da fare, il grande lago di Piazza del Popolo proseguiva senza soluzioni di continuità  lungo Via del Babuinio, Via Brunetti, Via di Ripetta, ruscelli affluenti.  
Decido allora di proseguire per via Brunetti, raggiungere  il Lungotevere e ridiscendere dal Flaminio. Sul Lungotevere la folla si è diradata, girano voci di una contromanifestazione della Santaché con qualche tafferuglio. Non so se è vero. Fatto sta che neanche dal Flaminio è possibile entrare in Piazza. Nuovo muro umano.
Esausto, erano ormai le 16.30, desisto.  Non ho ascoltato quindi nessun intervento dal palco, non ho sentito gli umori dei manifestanti più motivati, quelli che avevano per tempo raggiunto e preso il centro della piazza.  Di questa  ho avuto la vista dall’alto (dal Pincio appunto) e quella dei suoi margini laterali. Questi i limiti dei miei punti di osservazione. Avendovi quindi avvertiti di questi limiti, faccio alcune valutazioni:
  • La manifestazione è stata imponente, e la cosa ha tanto più valore se si considera che non si trattava di una concentrazione nazionale, in quanto  in contemporanea ce n’erano altre centinaia in Italia. Per essa non si sono mosse le macchine organizzative dei partiti e dei sindacati, con i loro bus, treni speciali, etc… E’ stata una manifestazione auto organizzata e lanciata via web.
  • In piazza non c’erano i soliti antagonisti, quelli incazzati – molto spesso anche più che giustamente – contro tutto e tutti; non c’erano bandiere, né ideologie totalizzanti egemoni. C’era gente comune, serena, molti  partecipanti evidentemente erano benestanti, di quelli  che non avresti mai immaginato in una manifestazione di protesta. C’era il ceto medio. Una parte non insignificante di questa piazza aveva senz’altro votato per Berlusconi fino alle regionali del 2010.
  • Non era una piazza significativamente caratterizzata dalla presenza delle donne. Esse erano la maggioranza, è ovvio, ma la presenza maschile era quasi pari a quella femminile.
  • Si avvertiva una voglia irrefrenabile di mettere fine alla stagione di Berlusconi, ma sentivi a pelle che nessuno degli attuali leader o sedicenti tali dei partiti del centrosinistra sarebbe stato accolto come un punto di riferimento se si fosse presentato in piazza. Tutt’al più sarebbe stato accettato.
Queste le prime impressioni a pelle. La domanda che mi pongo ora è questa: può un movimento di queste dimensioni, evidente punta dell’iceberg di una rivolta ormai generalizzata nel Paese, restare senza uno sbocco politico? E senza una leadership che ne interpreti gli umori, ne elabori le opinioni e sia in grado di garantirgli questo sbocco?
Impossibile. Ed è del tutto velleitario immaginare che lo sbocco politico a tale movimento possa  darlo una alleanza politicista tra le oligarchie sopravvissute alla fine della prima repubblica, con i loro enigmatici ragionamenti sui trattini (centrosinistra, no centro-sinistra,  e no sinistra-centro e via cazzeggiando) e con la loro pretesa di offrire agli elettori  logore bandiere che non parlano più a nessuno, salvo che ai loro tentativi di autotutela.
No. Il movimento di oggi chiede una risposta che provenga dal suo interno, che si incarni in chi ha saputo interpretarlo e in chi ci ha creduto; e che sia in grado di evitare derive spontaneiste e protestatarie, riuscendo a ragionare da leader politico vero del nuovo governo del Paese, della Italia che questo movimento desidera, dei valori ai quali si ispira, traducendo tutto ciò in un progetto.
E se stessimo parlando di Concita De Gregorio? Io comincio a pensarci ed a crederci.



permalink | inviato da Luigi Gravagnuolo il 13/2/2011 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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